Liberi senza mercato Il sogno impossibile di Rawls (e seguaci)

La pubblicazione, nel 1971, dell’opera più nota di John Rawls, Una teoria della giustizia, venne salutata da Stuart Hampshire, sulla New York Review of Books, come il più importante trattato di etica politica del secondo Novecento. A partire dalla fine degli anni ’70 un’imponente saggistica, sulle due rive dell’Atlantico, non ha fatto altro che analizzare, commentare, criticare e integrare le tesi rawlsiane. Ma a cosa si deve il successo di questo agiato borghese di Baltimora che, dopo aver combattuto nel Pacifico - dove aveva assistito al bombardamento di Hiroshima - in seguito, per quasi quarant’anni, avrebbe insegnato nella prestigiosa Università di Harvard, rispettato dai colleghi e dagli studenti, che, però, lo trovavano boring (noioso)?
La risposta sta nell’impegno teorico col quale nel volume citato, come nell’ultimo grande lavoro a cui ripose mano, la versione ampliata di Liberalismo politico, ora in libreria (Einaudi, pagg. LV-486, euro 28), Rawls tentava di legare con un nodo indissolubile i due valori che, nel secolo della Dichiarazione universale dei diritti (San Francisco 1948), i popoli sentivano con pari intensità: la libertà e l’eguaglianza. Anche intellettuali militanti italiani si erano cimentati, molto prima, nella stessa impresa intellettuale, da Carlo Rosselli a Guido Calogero, ma i loro scritti - concettualmente limpidi, chiari ed eleganti - non avevano avuto molto successo nelle nostre scuole, segnate dal marxismo raffinato di Antonio Gramsci, dal liberalismo «antico» di Croce e di Einaudi e da un cattolicesimo democratico, incerto tra Leone XIII e Luigi Sturzo.
Rawls, d’altronde, non si presentava come un chierico impegnato, ma come uno scienziato dell’etica intenzionato a costruire una teoria della giustizia come equità, in grado di innestare sul modello liberale occidentale istanze egualitarie che, lungi dal minacciare le garanzie della libertà, le preservassero da ogni contestazione. Ponendo al centro del discorso la persona e l’eguale libertà - «ogni persona ha un uguale diritto a un sistema pienamente adeguato di uguali libertà fondamentali che sia compatibile con un analogo sistema di libertà per tutti» - Rawls escogita un esperimento intellettuale in grado, a suo avviso, di far scaturire dall’interesse razionale dei membri di una società principî di giustizia accettabili da tutti. È la «trovata» del «velo d’ignoranza»: chi non sa quale posto al sole gli riservi il destino ed è chiamato a stabilire, con gli altri, le regole della convivenza sociale, non potendo escludere di ritrovarsi nel gruppo dei meno avvantaggiati, sceglierà, tra i vari sistemi politici, quello che farà stare meglio quanti si ritroveranno alla base della piramide sociale - il principio del maximin.
Si tratta di un marchingegno non poco ambiguo: se il sistema migliore è quello di far stare meglio gli ultimi, indipendentemente da come stanno i primi, il Paese A retto a economia di mercato in cui la forbice del reddito tende ad allargarsi (i ricchi divenendo sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri rispetto ai primi) sarà preferibile al Paese B dirigista se i poveri di A stanno meglio dei poveri di B. A leggere così il maximin, sono i rawlsekians, i quali ritengono di poter conciliare il massimo filosofo del mercato del ’900, Friedrich Hayek, con Rawls - nonché gli interpreti conservatori della Teoria della giustizia, tra i quali, sembra, il fratello del filosofo, Alec. E, in effetti, non sono pochi gli «elementi di liberalismo» presenti nelle spossanti opere di Rawls: il primato delle libertà, la distinzione tra il bene e la giustizia (che riecheggia, in qualche modo, quella, crociana, tra etica e politica), il rifiuto di fare della partecipazione politica il valore supremo dell’uomo-cittadino, il rigetto del «liberalismo illuminista», che vuole la democrazia in guerra con la religione, la critica serrata del socialismo con la sua «prescrizione di distribuire in modo uguale tutti i beni primari e non solo le libertà fondamentali».
Ma il filosofo scrive pure che «tutti i beni sociali principali - libertà e opportunità, reddito e ricchezza, e le basi per il rispetto di sé - devono essere distribuiti in modo eguale, a meno che una distribuzione ineguale di uno o più di questi beni non vada a vantaggio dei meno avvantaggiati», giacché le libertà non hanno lo stesso valore per tutti in mancanza delle fiches - lavoro, dignità, rispetto, sapere - che potrebbero consentire a ciascun individuo di realizzare il suo modello di vita buona. Di qui una lettura «di sinistra» che spiega come, per molti post-comunisti e post-azionisti, in Italia, Rawls sia diventato la scialuppa di salvataggio che ancora promette di raggiungere la terra «liberata dalla sciagura del denaro». L’eguale libertà tende, così, a legittimare un ampliamento dei «diritti sociali» incompatibile con un liberalismo che incorpori la libertà di mercato tra i diritti civili non disponibili.