«Liberiamo la città dai piani regolatori»

Quello della pianificazione urbana è uno dei dogmi ereditati dal ’900. Intoccabile. La metropoli moderna va pianificata, dall’alto, in una concezione che vede predominante la funzione pubblica, preposta a incanalare tutte le forze attive e le componenti economiche della società verso una meta predefinita e astratta che configura la «città ideale». Il risultato è sotto gli occhi: le metropoli pianificate, lungi dall’essere ideali sono in realtà organismi ipertrofici e disomogenei, comprendono sacche di povertà ed emarginazione, sono farraginose e faticose. Oltre che brutte. Ma la maggior parte degli urbanisti insiste: o la pianificazione o il caos.
E se provassimo a scegliere il caos? Stefano Moroni, urbanista e docente al Politecnico di Milano e all’Università di Pavia, butta lì la sua provocazione in un libretto smilzo ma esplosivo nel contenuto, La città del liberalismo attivo: «Attenti a pianificare - dice l’insegnante di Etica e Territorio - siamo già in difficoltà a pianificare le nostre vite, figuriamoci se riusciamo a pianificare una città...».
Ma viviamo già nel disordine edilizio, con i risultati che tutti conosciamo. Se aboliamo anche le regole...
«Non ho detto di abolire le regole. Mi esprimo contro un sistema di norme per guidare i comportamenti e le attività dei cittadini in una direzione predeterminata. I piani regolatori tradizionali nascono immaginando uno stato finale sulla base di previsioni: aumento o diminuzione del numero di abitanti, sviluppo di determinate attività economiche e così via. Ma poi la realtà urbana evolve in tutt’altro modo. Ecco perché i piani regolatori nascono vecchi e necessitano di continue varianti, generando confusione e incertezza. L’Italia è piena di piani regolatori e di relative varianti, in una ressa di norme illeggibili dai cittadini, ma leggibilissime dagli “specialisti”, vedi gli speculatori. Aggiungo che i molti tentativi recenti di rendere la pianificazione più flessibile non migliorano affatto la situazione, anzi aumentano la discrezionalità del potere pubblico e gli spazi speculativi. Non si tratta di innovare il piano, ma di metterlo definitivamente in discussione».
La sua città, secondo il titolo del libro, è quella «del liberalismo attivo». Che cosa significa?
«È un’evoluzione del liberalismo classico che, come noto, pone l’individuo al centro come un fine in sé, senza attribuire alcun valore intrinseco a gruppi, collettivi, comunità. In questa prospettiva solo gli individui contano e ogni individuo conta. Fra gli elementi costitutivi del liberalismo attivo, uno, fondamentale, è la ripresa della più netta distinzione tra la sfera del giusto e la sfera del bene. Diciamo che la sfera del giusto riguarda le regole di base universali, imposte dalle istituzioni, dallo Stato; la sfera del bene riguarda invece le insindacabili concezioni individuali relative a cosa sia una vita buona o desiderabile. Ciò che devono fare le istituzioni è garantire, attraverso le regole di base, le più ampie libertà individuali, perché ciascuno possa scegliere e perseguire la concezione della vita buona che preferisce senza ledere pari diritti altrui. Il pluralismo delle concezioni del bene è provvidenziale per la società e la città».
Però le regole ci vogliono...
«Certo, e chiare. Una delle basi del liberalismo attivo è l’ideale della rule of law che potremmo tradurre con l’espressione “supremazia del diritto” e che implica l’imparzialità più rigorosa delle norme nei confronti dei destinatari e la certezza complessiva del sistema giuridico. Questo vale anche per la città. Poche regole, le più astratte e generali possibile, che stabiliscano soprattutto che cosa non si deve fare, affinché non siano lesi i diritti di alcuno. Il resto sia lasciato alla libera iniziativa dei cittadini e alla benefica, provvidenziale azione del mercato. Non il mercato falsato che conosciamo, ma realmente concorrenziale».
Sì, ma vorrei tornare alla speculazione edilizia. Se non interviene la mano pubblica a stabilire dove e come costruire, dove non farlo, forse non avremmo nemmeno un giardinetto. A questo servono i piani regolatori.
«Le periferie più brutte sono figlie dei più bei piani regolatori. Non è detto che i piani d’uso del suolo, tradizionali o rinnovati, siano l’unica forma di regolazione dello sviluppo di una città. Non è detto che una maggiore libertà e concorrenza non potrebbe migliorare la città, una volta stabilite le già menzionate e inderogabili regole di base. Sa perché da noi leggi e regole non sono rispettate? Perché sono troppe, poco chiare e cambiano in continuazione. Il rispetto per il diritto è diminuito per il modo in cui i soggetti pubblici se ne sono serviti, ossia come strumento sempre modificabile al servizio della maggioranza del momento».
Una proposta concreta?
«Un’ipotesi che potrebbe meritare attenzione è quella dell’indice unico di edificabilità».
Sarebbe?
«I piani regolatori tradizionalmente differenziano gli indici da area ad area e indicano appunto dove e come costruire o non costruire, e quanto. Ne consegue, tra l’altro, che molti cercano di influire sulle istituzioni pubbliche per ottenere un indice più alto; premono perché i loro terreni ottengano un trattamento privilegiato, si avvalgono della politica. Se invece si attribuisce un indice unico a tutti e si consente di scambiare liberamente le quote edificatorie - ossia di acquistare e vendere tali quote sul mercato - verrebbe a cadere uno dei motivi di corruzione, da cui nasce la speculazione edilizia. Inoltre l’edificazione si sposterebbe - stanti le regole di base da rispettare - ove di volta in volta più richiesta. Ovviamente l’applicazione concreta dell’indice unico richiederebbe vari correttivi e adeguamenti, ma il punto importante è se si è pronti ad accogliere l’idea dell’uguale trattamento di tutti i cittadini e a rinunciare all’assurda convinzione che qualcuno sia in grado di stabilire a priori, dove, come e quanto si debba costruire».
Ma se il pubblico collabora col privato, non si potrebbe avere una città migliore?
«Ritengo la commistione tra pubblico e privato uno dei mali del nostro tempo. Le amministrazioni svolgano il loro compito che è quello di garantire ai cittadini uguali condizioni di base. E basta. Il pubblico, cioè, badi alle regole e il privato lavori, costruisca, guadagni, se e quando ne è capace, senza chiedere continuamente al pubblico interventi di sostegno. In quest’ottica, se certe iniziative private - ad esempio certe trasformazioni urbane - sono possibili solo con la compartecipazione del pubblico, allora significa che non sono affatto richieste, altrimenti si sosterrebbero da sole».
Resta il fatto che, a parte qualche città medio-piccola o città del nord Europa, i grandi agglomerati urbani appaiono tutti infelici, sia dal punto di vista estetico, sia da quello della vivibilità. La città è in crisi.
«La città resta comunque il luogo dove la maggior parte delle persone vuole vivere e forse riusciremmo a renderla migliore se smettessimo di considerarla un insieme di edifici, strade e attrezzature da coordinare diligentemente tramite un disegno unitario che solo il pubblico dovrebbe essere in grado di concepire e garantire. La città è invece, prima di tutto, un insieme variegato e dinamico di individui, ossia di aspirazioni, competenze, iniziative, diritti, proprietà. È una realtà socio-economica viva, in continuo e imprevedibile mutamento. Le possiamo imporre una cornice giuridica, non una forma urbanistica. Una città desiderabile è quella formata da un insieme di persone con le più diverse concezioni di vita buona e con le più diverse idee su come liberamente ottenerle. L’unica cosa su cui possiamo cercare la convergenza collettiva è un “codice urbano”, un elenco di regole di base che definiscano un’idea di giusta convivenza e stabiliscano solo la disciplina dell’uso dei mezzi, senza pretendere di stabilire anche i fini. Regole a cui eventualmente aggiungere pochi strumenti di “pianificazione di servizio” che vincolino la stessa amministrazione nella realizzazione di ben definite infrastrutture. Detto in una battuta: se proprio l’amministrazione vuole pianificare, pianifichi le proprie attività, non quelle dei cittadini».