Libertà di culto, la lezione americana

Ogni preoccupazione espressa qua e là sentendo il rumore dei primi passi per l’introduzione della poligamia in Italia, almeno per i musulmani, merita di essere ridimensionata.
L’Islam ha una sua legislazione cosiddetta «divina» che, contrariamente a quanto comunemente si dice, non è, nella gran maggioranza dei casi, la legislazione degli Stati arabo-musulmani ma riguarda i singoli credenti. In questa legislazione «divina» è previsto l’istituto della poligamia. È un istituto di diretta derivazione coranica ove suona: «Date alle orfane i loro beni... se temete di non esser equi con le orfane, sposate fra le donne che vi piacciono due o tre o quattro, e se temete di non esser giusti con loro, una sola...» (IV, 2-3) un versetto che si collega ad uno seguente: «Ti chiederanno il tuo parere sulle donne. Rispondi: È Iddio che vi darà istruzioni su di loro e... sulle orfane, alle quali voi non date quel che è prescritto per loro mentre desiderate di maritarle, così per i ragazzi handicappati, dei quali dovete aver cura, come degli orfani, con equità» (IV, 127).
Come tutte le situazioni di questo genere, mancando nell’Islam un’autorità suprema in questo campo, così come mancano il sacerdozio e i vescovi consacrati, il dibattito è sempre aperto su ogni particolare. Ciò ha portato alcuni commentatori moderni del Corano ad affermare che, dato che è impossibile esser giusti con più di una donna, la poligamia è virtualmente illecita nell’Islam. Non sono certo gli emigranti che giungono da noi con la conoscenza dell’Islam che viene loro solo da quanto la mamma gli ha insegnato né i neoconvertiti dall’abisso della loro ignoranza della profondità di quel mondo, a dettarci legge in materia.
Nel contesto della libertà di legiferare in ogni materia che possiede ogni Parlamento in quei Paesi, la Tunisia per prima ha stabilito per legge che la poligamia è un reato perseguibile penalmente così come ha stabilito che la festività settimanale sia la domenica e non il tradizionale venerdì.
Quanto poi all’Italia, con il dovuto rispetto per l’autonomia delle nostre grandi scuole giuridiche, non sarebbe male rifarsi all’esempio degli Stati Uniti d’America in materia. I Mormoni si dichiarano poligami e nel secolo scorso si rivolsero alla Corte Suprema per veder riconosciuto questo diritto «loro prescritto dalla religione». La Corte, nel giudizio «Reynolds vs United States» nell’ottobre del lontano 1878, negò ai Mormoni questo diritto sentenziando che «ciò introdurrebbe un nuovo elemento nella legge penale... Nelle leggi non vi può essere alcuna interferenza con credenze religiose o opinioni che i cittadini mettono in pratica. Si supponga che alcuni credano che i sacrifici umani siano un’obbligatoria parte di una pratica religiosa, sarebbe seriamente accettabile che il governo civile sotto il quale essi vivono possa non interferire proibendo questi sacrifici?».
È solo un esempio ma può aiutare a rasserenare chi teme di veder sconvolte le nostre istituzioni.