La libreria senza libri il nuovo miracolo napoletano

In una città dove sopravvivono solo le pizzerie, Claudia Migliore ha lanciato una sfida: trasformare i lettori in librai

«La cultura al Sud non è un bene primario. Nascono e sopravvivono solo pizzerie e friggitorie». Claudia Migliore, 46 anni, moglie e mamma di due bambini, ha un gusto particolare per le sfide, meglio ancora se in ballo ci sono i libri, la lettura, quei beni così fragili eppure indispensabili per far crescere in una comunità proprio la cultura, la coscienza critica, la democrazia, il senso stesso della società.

Tre anni fa Claudia, che nella vita si occupa di progetti di formazione e affiancamento ai processi di modernizzazione delle pubbliche amministrazioni, volle provarci a lanciare il sasso nello stagno del Meridione scegliendo come epicentro della sfida la sua città, Napoli e la realizzazione di una libreria in cui i librai fossero proprio i lettori. Claudia, guardando proprio la sua Napoli, volle ribellarsi a quella frase di Gabriel Garcia Marquez secondo cui «le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda possibilità». «Abbiamo aperto il 21 luglio 2014 con un solo libro: Cent'anni di solitudine», racconta Claudia Migliore. Quell'unico libro è la pietra su cui, tre anni fa, sorse a Napoli la comunità della libreria indipendente «Io ci sto». Con una scelta precisa: i cittadini hanno deciso di diventare librai e riprendere in mano la cultura e la passione per la lettura.

«Stavano chiudendo molte librerie storiche della città, da Guida a Loffredo racconta Migliore - così il giornalista napoletano Ciro Sabatino scrisse il 13 maggio 2014 su Facebook come la cultura partenopea stesse subendo un pesante depauperamento. Così propose: «Perchè non ce l'apriamo noi una libreria?». Da lì in tanti risposero con tre parole sembrate subito, insieme, un impegno civile e morale: io ci sto. I cittadini non si conoscevano, avevano solo un comune denominatore: la passione per i libri e la voglia di riscattarli da un destino di oblio proprio come fanno i lettori e gli scrittori con la memoria. «Così, decidemmo di riunirci e lo facemmo nella sala del Consiglio del Vomero. Eravamo più di quanto pensassimo, circa duecento».

Un successo, inatteso, che rafforzò l'idea e la fece rapidamente crescere. Così sbocciarono gli alacri gruppi di lavoro, già impegnati, come api operose, dalla prima riunione. «Da subito decidemmo lo statuto, quello di un'associazione con una quota accessibile per tutti di 50 euro. Un gruppo si occupò del business plan, un altro racconta ancora Claudia Migliore - della zona in cui aprire la libreria. Dopo uno studio accurato sulla popolazione capimmo che il Vomero era il quartiere più adatto».

Il Vomero, quartiere borghese della capitale del Sud, si distingueva e continua a distinguersi, in particolare negli ultimi anni, per una popolazione con un'età media elevata e con un buon livello culturale. La sede scelta per aprire la libreria fu quella di Via Cimarosa. «Nell'attuale sede di Io ci sto doveva trasferirsi la libreria Loffredo, poi fallita. La sede, quindi, era già stata sistemata con alcuni lavori di manutenzione. Qualche nostro cliente pensa ancora che siamo la libreria Loffredo. Noi siamo un'altra cosa ma certamente possiamo definirci una risposta contro tutto ciò che mina alla base la crescita della cultura. Noi resistiamo contro chi vuol far fallire la cultura al Mezzogiorno».

L'8 luglio del 2014 è la prima data importante per la sfida di Claudia: l'atto di nascita dell'associazione sottoscritta da 150 soci fondatori. In soli 13 giorni i preparativi per arrivare all'inaugurazione del 21 luglio 2014. «Facemmo così tanta pubblicità ricorda Migliore - che quel giorno si presentarono più di duemila persone in libreria: una fila lunga tutta via Cimarosa».

Tanta gente e un solo libro «Cent'anni di solitudine». Messo lì a ricordare, tra le altre righe del romanzo di Marquez, una che fotografava quel momento emozionante: «Le cose hanno vita propria, si tratta solo di risvegliargli l'anima». Non mancarono critiche sferzanti, condite dalla solita, sferzante, ironia partenopea: «Uscì anche un articolo in cui si scriveva Solo a Napoli si può aprire una libreria senza libri». Ma Claudia e la comunità dei lettori tirarono dritti sulla loro strada. Lettori e librai, un miracolo napoletano per una volta tanto senza San Gennaro. O forse sì. La voglia di questa nuova comunità era tale spiega ancora Claudia - che tre giorni dopo la sottoscrizione del contratto di affitto, aprì. Fu un salto nel vuoto». Un salto oggi da record: l'associazione conta tra i 600 e i 700 soci e la libreria, dal 25 ottobre 2014, ha raccolto e proposto migliaia di volumi. E' aperta 7 giorni su 7, 30-40 volontari si alternano nei turni durante la settimana ad affiancare l'unico dipendente, Alberto Della Sala, ex libraio-antiquario che ha donato alla libreria alcuni preziosissimi testi antichi. «Abbiamo i gruppi di lettura: quelli associati alle presentazioni dei libri e quelli che leggono un libro al mese. L'ultima settimana di ogni mese abbiamo l'iniziativa Old is Gold in cui si promuovono i libri usati donati dai clienti. A selezionarli un gruppo di quindici soci. Però voglio chiarire aggiunge Claudia - che Io ci sto non è solo una libreria non a scopo di lucro, è innanzitutto un'associazione che non opera più solo nel campo culturale ma realizza anche promozione sociale perché la sua anima è caratterizzata da un forte spirito sociale. È partito da poco il progetto Aiutami a leggere, finanziato dalla fondazione Banco Napoli, con la collaborazione dell'assessore alle politiche sociali del Comune di Napoli per insegnare l'italiano e la lettura ai migranti. Lo stesso progetto lo metteremo a disposizione dei bambini dislessici. Inoltre facciamo corsi per i più piccoli, avvicinandoli alla lettura e anche corsi di scrittura creativa. Una sala intera dedicata ai piccoli editori che vengono valorizzati tantissimo con la promozione e le presentazioni dei libri».

Può bastare questo a Napoli per farle mantenere il ruolo di faro della cultura al Sud? «Probabile. Ci dicono che una libreria così non si sarebbe potuta fare in un posto diverso. Forse perché è proprio una caratteristica del napoletano la sensibilità e la capacità di muovere una comunità intera». E di risvegliare l'anima delle cose che, come i libri, hanno vita propria. E un destino comune agli uomini.

Commenti
Ritratto di giovinap

giovinap

Mer, 28/06/2017 - 10:50

grande e inarrendevole napoli ! cara claudia migliore , lei dice : noi resistiamo contro chi vuole far fallire la cultura al mezzogiorno ,guardi che la cultura è fallita nel mondo e in tutta italia ,chi dovrebbe alimentare e far sopravvivere la cultura ? se i pensatori , gli scrittori ,i filosofi , i giuristi ,indipendenti ,non esistono più(c'è solo una canea postulanti che bussa ai partiti politici per il "posto al sole"la scuola che ha "chiuso" per mancanza di ditattica ,i "professori" fanno quel mestiere solo per lo stipendio , la famiglia(quella reale e non virtuale) non esiste più , il resto della cultura , si estinguerà con la dipartita dei nati degli anni 30 e 40 che sono gli ultimi "acculturati"

Italiano-

Mer, 28/06/2017 - 11:30

Basta, basta, basta! con questa canzone del tutto va male: cultura, scuola, politica. La Libreria è la testimonianza viva di quanto le cose possano diventare buone e belle. E proprio nella città che è stata definita, da un suo illustre cittadino, "Il Paradiso dei diavoli". Grazie, Napoli.

valentina46

Mer, 28/06/2017 - 11:42

Grande idea. Nella "gente" c'è molto di più di quello che si vede. A Sestri Levante, per esempio, ho scoperto che quando una persona ha letto un libro e non intende conservarlo, lo lascia sulle panchine, nei bar... a disposizione di chi può essere interessato. @ giovinap: non è vero che i professori guardano solo allo stipendio e nemmeno che la famiglia reale non esiste più. In ogni consorzio umano c'è la medaglia e il suo rovescio.

Tarantasio

Mer, 28/06/2017 - 11:43

'' faro della cultura al sud'' per una libreria con risvolti sociali mi sembra, onestamente, un pò eccessivo... con simpatia...