Libri in scena

Uno dei luoghi comuni più diffusi e banali fra coloro che in qualche modo si interessino di spettacolo consiste nell’affermazione categorica dell’esistenza, specialmente in Italia, di una drammaturgia nuova e originale. Nulla di meno vero. La drammaturgia - che è un affare serio, poiché implica l’idea condivisa che il senso fondamentale di uno spettacolo consista nel testo, nella parola e non negli espedienti registici - è stata assassinata, specialmente in Italia, e i suoi rappresentanti di valore sono pochi, e tra questi pochi pochissimi sono quelli cui si potrebbe dare la patente di scrittore. Posso aggiungere, per chiarezza, che tra coloro che oggi vorrebbero riportarla in vita ci sono gli stessi - invecchiati ma ancora bene in sella - che prima l’avevano ammazzata. Ho partecipato a molte giurie di concorsi di drammaturgia nazionali, e leggo (ora con minor trasporto rispetto a qualche anno fa) molta drammaturgia contemporanea, e vi assicuro che sono pochissimi gli autori di testi teatrali dai quali traspaia la sia pur pallida consapevolezza di essere scrittori, ossia portatori di una vera scrittura, di una vera lingua, di una parola forte, capace di tener fermo il lettore alla poltrona.
La drammaturgia italiana è (quasi) morta perché la scrittura teatrale non conta più niente. Ed è un vero peccato, perché il teatro è una necessità primaria nella cultura di un paese, è il luogo dove una parola libera risuona forte e chiara, senza infingimenti e senza arti. Gli scrittori italiani si sono abituati a scrivere sottovoce, perciò il teatro non li interessa gran che. Molta political correctness, poco coraggio di far risuonare la propria voce solitaria.
Un vero drammaturgo sceglie la solitudine creativa, talora la sgradevolezza perché questo è, spesso, il solo modo di affermare una reale cura, un reale interesse alle persone cui si rivolge. Spesso essere duri è un'esigenza d'amore: ma per poterlo essere occorre avere le idee molto, molto chiare, averle pagate a caro prezzo.
Uno dei pochissimi drammaturghi italiani che siano anche veri scrittori - soprattutto quando scrivono di teatro - è Enrico Groppali, che il nostro quotidiano ha l’onore di avere come critico teatrale, e di cui segnaliamo al pubblico due raccolte di testi drammaturgici editi da Bevivino, Commedie rosa e nere (pagg. 406, euro 14) e Vedove nere (pagg. 82, euro 9). Commedie rosa e nere comprende un vasto repertorio della scrittura di Groppali, che comincia con Gentlemen, magnifico pas de deux tra gli anziani artisti omosessuali Greta Garbo e George Cukor, dove i personaggi, presentati all'inizio come racchiusi nelle maschere ciniche nelle quali la schiavitù del cinema da un lato e una triste vecchiaia dall’altro li hanno costretti, si sciolgono via via in un abbraccio discreto. La vena decadente che sottende spesso le pagine di Groppali non è però un’ombra che tutto copre: Gentlemen rappresenta anche la rivincita del teatro e della sua dolorosa ma pietosa verità sull'immobilità della celluloide. Dopo Piccola musica notturna, centrata sulla biografia di Maria Antonietta, ecco il capolavoro di Groppali, il più bel testo teatrale scritto in Italia negli ultimi vent’anni: Macelleria messicana, dialogo furente tra due “macellai” - un maniaco omicida e una cinica affittacamere - nel giorno dell’assassinio e dell’esposizione del cadavere di Benito Mussolini e Claretta Petacci in piazzale Loreto. La tensione drammatica incendia, fino a consumarlo completamente, il piccolo orrore dei due protagonisti, trasformando il loro vizio in una sorta di funerea ma lucidissima profezia: tutti i vincitori hanno i loro scribi, pronti a ordire nuove menzogne. Non è soltanto un giudizio politico ma anche un’affermazione di fede, di disperata fede nel teatro, il cui senso (fin dai Persiani di Eschilo) sta nell’essere invaso dalla grande orda dei Vinti.
Groppali crea sempre per i suoi personaggi una gabbia. Da autore profondamente religioso quale è, sa che essi, per esprimere la loro verità, non possono contarcela su come gli pare. Maria Antonietta e Moosbrugger dell'omonima commedia sono in carcere. Ma anche tutti gli altri partono da una condizione concentrazionaria. Poi la scrittura si scioglie grazie a una dote che Groppali possiede in quantità, e che è il segno distintivo del vero scrittore: la pietà. E con le parole si scioglie il cuore dei personaggi, il dramma rivela sempre nuove facce, finché una salvezza laica, essenziale, emerge: non quella di chi trova una via d’uscita, ma quella della conoscenza.