Il libro illeggibile che si legge tutto d’un fiato

È inutile girarci attorno o addolcire la pillola: Capelvenere, l'ultimo romanzo di Mikhail Shishkin uscito da poche settimane per Voland con la traduzione di Emanuela Bonacorsi, è un libro estremamente difficile, quasi illeggibile. Un libro che non si dovrebbe pubblicare stando agli standard attuali di paludosa semplicità. Una scommessa a perdere. Ma il libro, contro ogni previsione c'è, è stato pubblicato, e noi ne possiamo parlare come di qualcosa di peccaminoso. Come se per una volta le esigenze di mercato fossero messe da parte e si potesse parlare di letteratura, magari sottovoce, con una candela e venticinque lettori. Come un tempo, insomma, quando c'erano le passioni, o almeno ci hanno insegnato che ci fossero. E allora quello che dobbiamo dire è che, se anche la lettura è impegnativa, la ricompensa finale vale il gioco. Perché appena si riesce a entrare nella grammatica di Capelvenere, appena si penetra nella sua lunghezza d'onda, non ci si può che lasciare trasportare. La spiaggia di detriti e di macerie e di dolore che ne costituisce la base ci entra nel corpo e nella lingua, diventa parola e diventa carne.
La storia è semplice: c'è un addetto alle traduzioni in un ufficio statale svizzero che si occupa di profughi, in particolare concede o rifiuta gli asili politici. Davanti a questo burocrate sfilano migliaia di uomini del sud o dell'est del mondo. Vengono da guerre, da fame, hanno perso amici e genitori, hanno perso la lingua per un inglese imparaticcio, hanno rubato e attraversato le frontiere da clandestini. L'addetto ascolta le loro storie: storie di stupri, di mitra che spaccano cervelli, di case bruciate, di madri che piangono, di nascondigli di fortuna, di una violenza inconcepibile e barbara per chi vive in Svizzera. Le storie non sono mai vere fino in fondo. Sono menzogne. Questi uomini vogliono un biglietto per il paradiso occidentale e fingono di aver vissuto cose che non hanno vissuto.
Vogliono l'asilo politico, qualche diritto per non essere rispediti indietro. Ma nonostante siano false, le loro storie sono in qualche modo vere: sono cose viste o sentite, che, se non sono capitate a loro, sono capitate a qualcuno che conoscevano. E poi c'è qualcosa di più, di definitivo, di misterioso: queste menzogne hanno a che fare con l'umanità intera. Sono le storie leggendarie del passato, i miti della fondazione, i crimini, le favole nere, le tragedie della colpa, dell'invidia e dell'odio. Le verità storica che diventa canto epico inglobando qualunque retorica. E allora Shakespeare, Tolstoj, Rabelais, stanno insieme alla ninna nanna della madre, alla canzoncina da caccia del padre, all'ordine sibilato del signore della guerra. Shishkin non fa altro che incrociare queste linee, come fossero fili di luce da ricamare all'uncinetto. Ne viene fuori un racconto della sofferenza del mondo, in cui la parola è sempre incarnata e nella parola e nella condivisione della carne sta l'unica salvezza possibile.