Licenziamenti selvaggi e gay discriminati: tutta qui la rivoluzione

Ciò che altrove è routine, in Riviera diventa trasgressione. Così diventa un evento la canzone della Tatangelo in difesa dei "diversi". Oppure Sanzotta che evoca Piazza Fontana o Bennato gli emigranti

Sanremo - Insomma, temi come la disoccupazione, i licenziamenti selvaggi, la violenza, la discriminazione degli omosessuali irrompono nel polveroso tran tran sanremese, e subito c'è chi guarda al festival numero cinquantotto, al via domani sera, con lo sbigottimento con cui un lettore di Liala avrebbe a suo tempo sfogliato il catalogo d'una rassegna dadaista. Così Pippo Baudo, che da due anni porta alla kermesse canora argomenti che la miglior canzone italiana fa suoi da oltre mezzo secolo, viene guardato come un bombarolo.

Dunque è proprio vero, tutto è relativo, e ciò che altrove è routine, a Sanremo diventa rivoluzionario. Che un Gigi d'Alessio, che non è precisamente Bob Dylan, scriva per Anna Tatangelo una canzone in difesa dei gay, appare come un evento epocale. Che la brava Valeria Vaglio dedichi il suo brano a una «lei», che il romano Valerio Sanzotta evochi in Novecento personaggi come Moro, Berlinguer e le vittime di piazza Fontana, che Eugenio Bennato ci parli di emigrazione, ebbene, tutto ciò ha i connotati di una normalità che al festival della canzonetta diventa trasgressione, come è ovvio, d'altronde, in una rassegna che si è quasi sempre ricusata al compito primario d'ogni forma d'arte, quello di raccontare semplicemente la vita.

E allora evviva quel guastatore in smoking, carico di giovanile curiosità, che siamo soliti apprezzare in Baudo, settantun anni suonati, e auguriamoci che finalmente le giurie, che l'altr'anno hanno sì premiato il brano di Cristicchi sulla follia e quello di Fabrizio Moro sulla mafia, ma ne hanno grossolanamente puniti altri non meno avanzati, mostrino un'inedita chiaroveggenza.

Le occasioni non mancheranno. Non che siano assenti, dal menu del nuovo festival, esemplari di quel sanremismo che tradotto in soldoni significa sentimentalismo oleografico e déjà vu a pioggia. Ma per una volta non prevalgono: magari con sgomento di quelle major discografiche che contro un festival di qualità si sono sempre spese - ben lo sanno i Tiromancino, scaricati da un'importante multinazionale per un bel brano sui licenziamenti, fortunatamente recuperato da un'etichetta indipendente -, e che oggi annunciano, tramite il vertice Fimi, la morte entro cinque anni della rassegna: laddove il vero interrogativo è se tra cinque anni esisterà ancora la discografia.
Nell'attesa, ben venga quel manipolo d'artisti che a Sanremo 2008 si presenta viaggiando controcorrente, come Loredana Berté che dalla Bibbia trae gli interrogativi angosciosi della sua Musica e parole, narrando il male oscuro d'una civiltà senza più valori né speranze. E Bennato, che sul ritmo antico e nuovissimo della taranta racconta di emigranti, di mare, di sole, delle nostalgie di chi «va per il mondo/ e si porta il sud nel cuore». E perfino Cutugno, Little Tony e Grignani, che neanche loro sono Bob Dylan ma forzano angustie concettuali stratificate nei decenni, per dirci le loro personali battaglie contro le gabbie della vita, verso un futuro diverso.

Poi c'è Gianna Nannini, che alle voci di Giò di Tonno e Loca Ponce, già acclamati nel Notre Dame di Cocciante, affida un inedito dalla sua Pia de' Tolomei, il Colpo di fulmine tra Pia e il futuro marito-carnefice: e ancora una volta l'aliante sanremese vola più alto d'un jet. Ma ecco ancora Frankie Hi-Nrg, il rapper torinese cui compete di dimostrare che l'hip hop nostrano non è fatto solo di Fabri Fibra, include anche personaggi di spessore. E che citando De André e coinvolgendo Roy Paci e Enrico Ruggeri annuncia, sardonico, una Rivoluzione che non si farà, perché anche i ribelli tengono famiglia, eppoi le clientele, i furbetti, i tangentisti, la tivù...

Non siamo sempre, va da sé, a livelli letterari adeguati alle intenzioni. Ma che cale: L'Aura, per esempio, invita a dire basta alla violenza e alle guerre più o meno sante («quante sono le persone/ che in nome del Signore/ finiranno nella cenere?»), con uno stile in cui l'ingenuità fa comunque rima con genuinità. E quanto alla canzone d'amore, c'è chi riesce a sollevarla dal pantano della banalità: come Mario Venuti, che conquista la palma dell'originalità, paradossalmente, adagiando su un ritmo assai moderno romanticismi residuali e perfino medievalismi da torneo cavalleresco. Del tipo: «Se mi battessi per avere un tuo sorriso/ a singolar tenzone...», per dire.