«In prima linea per difendere i nostri tesori»

Un reparto di trecento uomini divisi in undici nuclei in tutt’Italia e un nuovo comando che sta per aprire proprio in questi giorni ad Ancona, Il Reparto per la Tutela del Patrimonio artistico e culturale dei carabinieri dal 1969 è in prima linea nella lotta contra una criminalità «diversa» ma non per questo meno potente e perniciosa, organizzata e senza scrupoli. Il generale Ugo Zottin da tre anni è alla guida dei «segugi» dell’Arma specializzati nel recupero di opere preziose nello stivale e all’estero. Lo ascoltiamo nel giorno in cui cade il 192° compleanno dell’Arma festeggiato oggi a Roma in piazza di Siena a partire dalle ore 20. Cerimonia in diretta sui siti www.carabinieri.it e www.rai.it o sui telefonini abilitati.
Generale quali sono i circuiti su cui opera la malavita dell’arte?
«Si avvale di individui isolati o di vere e proprie bande organizzate, tutti però collegati a una rete di ricettatori di primo o di secondo livello. Di primo livello quando i “pezzi” vengono ceduti ad amatori o privati di piccolo calibro; di secondo livello quando attraverso canali ben precisi riescono a prendere anche la strada dell’estero. Molto dipende dal tipo di oggetto, dal mercato e dalla richiesta. Nel nostro Paese, poi, non esiste un reato specifico per furto d’opera d’arte che potrebbe prevedere pene più aspre e operare da deterrente. Molti finiscono per cavarsela con una denuncia».
L’Italia è un museo a cielo aperto. Quali gli strumenti per la sua tutela e quali gli ulteriori passi che vanno fatti in chiave preventiva?
«Eistono lungo tutto lo Stivale “tombaroli” improvvisati o di “professione”. Scavano, spaccano, rovinano interi siti artistici e archeologici, depredano quel che più ritengono interessante, foraggiando la macchina del commercio clandestino con grave danno per il patrimonio culturale e storico della nazione. Poi ci sono i “topi” dell’arte. Quelli che entrano in azione in case private, nei musei, nelle pinacoteche e, soprattutto, nelle chiese e negli edifici religiosi, i più vulnerabili perché meno custoditi. Nel primo caso sono fondamentali controlli a tappeto in collaborazione coi colleghi dei comandi territoriali (pensiamo agli antichi siti laziali di Ceri o Cerveteri letteralmente saccheggiati nel tempo dagli scavatori di tombe etrusche), quindi vigiliamo puntualmente sui cataloghi delle case d’asta principali (presto anche con un sistema di riscontro informatizzato) dove spesso gli oggetti vengono reimmessi con falsa documentazione. Importante è che tutti i singoli, enti privati e pubblici, ricavino una sorta di carta d’identità dell’opera, con tanto di fotografia per agevolare il compito degli investigatori».
Esiste una banca dati delle opere d’arte rubate?
«Sì, continuamente aggiornata e accessibile a tutti gli operatori di sicurezza».
I più ricercati al momento?
«I due Van Gogh rubati dal museo omonimo di Amsterdam nel 2002, ma anche il Bambinello dell’Ara Coeli sottratto a Roma nel 1994 o il prezioso violino Stradivari sparito da un’abitazione capitolina nel ’98».