In «Prima linea» con la noia di un’autobiografia senz’anima

Un popolo impiega anche decenni per capire che, nell’epoca delle masse, raramente può decidere il suo destino. Così, dall’estate 1943, decine di migliaia di italiani sono morti tentando di cambiare la condizione geopolitica della nazione, come certi fascisti; di cambiare la condizione sociale della loro classe, come certi antifascisti. Gli uni e gli altri le avrebbero viste cambiare davvero, se avessero saputo aspettare.
Alcuni di loro sono stati compensati del sacrificio - morire a vent’anni, senza aver mai abbracciato una donna - con un nome su una lapide: personale e defilata in un cimitero, per chi sapeva ormai di perdere; pubblica e in vista, su un muro di strada, per chi ancora s’illudeva, nella sconfitta della patria, di vincere da uomo quel che da cittadino perdeva.
Ma i fiori deposti dagli addetti comunali o dai residui parenti ogni 25 aprile sono secchi il 1° maggio. Perfino nell’estrema sinistra pochi infatti ricordano ancora i caduti di ieri, inclusi i loro. Chi, attorno alle lapidi, nota che i marchi delle auto in sosta - Bmw, Vw... - sono gli stessi che un tempo spingevano a insorgere? Nessuno. Ora quei marchi gratificano l’ambizione personale di chi è al volante. Che solo una testimonianza, non una politica, restasse di quell’epoca era già nitido trent'anni fa. Eppure Brigate rosse e Prima linea s’illusero di continuare addirittura una militanza. Tuttora alcuni dei loro capi recriminano su ciò che poteva essere e non è stato, per esempio Sergio Segio con Una vita in Prima linea (Rizzoli, pagg. 393, euro 18,50), dove il ricordo si sovrappone all’analisi e la frustrazione si somma all’emarginazione del galeotto che, non avendo incontrato un abate Faria come il conte di Montecristo, non ha potuto vendicarsi.
Comprensibile che chi vive di ricordi ne scriva. Ma chi dovrebbe leggerli, e perché, trattandosi di ricostruzioni schematiche? Qui i buoni, l’autore e i suoi fedeli, lì i cattivi, cioè tutti gli altri? Si diceva una volta: la sconfitta insegna. L’impersonalità, per esempio. Cesare Ferri, d’altra estrazione, l’ha imparata o forse l’ha sempre conosciuta. Ma Segio no: sarà anche più onesto - come lascia capire - di un altro reduce della guerriglia urbana, Cesare Battisti, ma non è diventato, come lui, una bravo scrittore.
Libri come Una vita in Prima linea maturano nella monotonia del carcere e si pubblicano per sfuggire all’apatia del dopo-carcere, ma si leggono fino in fondo se si è pagati per farlo o se si hanno problemi con la giustizia e nient'altro sottomano.
Degli esuli controrivoluzionari, Napoleone diceva: «Non hanno capito niente, non hanno imparato niente». Vale anche per vinti rivoluzionari. Ci sono eccezioni? Noam Chomsky, Régis Debray, Horst Mahler, Massimo Fini, che hanno capito quasi tutto e hanno imparato molto. Ma loro sono del ’64 o del ’67, più che del ’68, come invece è Segio, che per giunta non era, in origine, nemmeno un comunista di partito. Dunque non era per, ma contro qualcosa. È passato per Lotta continua, banda che tuttora evoca fastidio in chi, come Fausto Bertinotti, l’ha conosciuta bene e classificata meglio: «Un derivato dell’azionismo».
Meno che mai Segio e quelli come lui hanno capito che la sovranità nazionale, culmine della democrazia, era spirata prima che, dal crollo della democrazia plebiscitaria, risuscitasse la democrazia rappresentativa. Loro la odiavano, come esito della «Resistenza tradita», ciechi davanti all’evidenza che la Resistenza era una filiale periferica dell’Us Army, non dell'Esercito rosso. Vana quella sua lotta, quanto vana era «la guerra del sangue contro l'oro».
E se quello fascista era stato l'ultimo sussulto della logica nazionale, la logica del tempo resistenziale era ormai internazionale, imperiale, ma d’un impero con capitale altrove. Eppure Segio si stupisce ancora che la Repubblica italiana abbia la struttura di un «doppio Stato», con quello legale (eletto) subalterno a quello, meno legale, imposto dai trattati internazionali, a cominciare da quello di pace del 1947...
Cuius regio, eius religio: la definizione delle aree d’influenza fra cattolici e protestanti nelle guerre di religione si applicava anche alle guerre ideologiche, ma il significato era sempre quello: vano dunque dirsi comunisti - esserlo era un’altra cosa - dove il comunismo poteva vivere, ma non vincere; vano esser anticomunisti dove l’anticomunismo era tradimento: dal 1989 sarebbe stato evidente per chi, più che anticomunista, era patriota.
Se c’è una cosa dalla quale sono immuni tanto i libri sessantottardi, quanto quelli anti-sessantottardi, è il realismo. Non perché gli uni vogliano l’impossibile e gli altri glielo neghino, ma perché entrambi ignorano il distacco e tendono all’autobiografia. Tutto quello che per lo statista è ovvio, per il rivoluzionario e per il controrivoluzionario fallito è «indegno», «ingiusto», «ignobile». La loro implicita parola d’ordine, «Vergogna!», è di quelle che in un corteo funzionano sempre e nella realtà non funzionano mai.