L'Io dinnazi al villaggio globale: la Storia è ora

Raccontare gli ultimi 10 anni di storia non è facile. Non è come
risalire ai secoli passati. Ancora vividi istanti che raccontano gioie e ferite. Questo è il nostro bagaglio. Questa è la sfida che, grazie a internet, ci mette al centro del mondo. Ma non ci tira fuori dal buio 

Raccontare gli ultimi dieci anni di storia non è facile. Non è come risalire ai secoli passati. Negli occhi di tutti sono ancora vivide le Torri Gemelle che si accartocciano su se stesse inondando New York di fumo e cenere. Nei cuori di tutti gli italiani è ancora emozionante ricordare il capitano Cannavaro alzare al cielo di Berlino la coppa del mondo. Una notte indimenticabile. Nelle lacrine di tutto il mondo anche l'amarezza per la perdita di papa Giovanni Paolo II, i cui piedi hanno solcano distanze inimmaginabili e abbattuto barriere insormontabili. 

Tre immagini per un decennio. Ma ve ne sarebbero molte altre. Gli impiegati americani che lasciano le banche messe sul lastrico dalla crisi dei mutui subprime. E ancora. L'invasione dell'Iraq: la statua di Saddam Hussein che s'accascia a terra. Cade il regime. Di foto in foto, di filmato in filmato. Tutto più nostro, tutto più immediato. I siti web, Facebook, Twitter - la rete tutta - ci hanno reso un villaggio globale. Tutto è in tempo reale. L'iPhone ha portato le notizie direttamente sul telefonino. Mesi fa, dopo l'elezione al secondo mandato di Ahmadinejad, il regime è intervenuto reprimendo duramente ogni protesta di piazza. Si sono contati numerosi morti e infiniti feriti. A centinaia i dissidenti arrestati. I giovani non si sono fatti tappare la bocca, ma hanno denunciato la repressione sui social network. Nel giro di poche ore le immagini e le testimonianze hanno fatto il giro del mondo. È la prima rivoluzione nata sul Web.

Lacrime. Come quelle che rigano i volti dei papà e delle mamme che piangono i propri figli sventrati dopo che l'esercito russo ha fatto irruzione nella scuola elementare di Beslan presa in ostaggio il primo settembre 2004 da un gruppo di terroristi ceceni. Sono immagini che restano, immortalate per sempre. Bruciano ancora, bruciano troppo. Impossibile raccontarle. Ognuno di noi le ha vissute in prima persona. Quando, il 4 novembre 2008, Barack Obama ha vinto le presidenziali in America eravamo tutti lì. Quando il Perito Moreno ha ceduto, metro dopo metro, ghiacci millenari guardavamo (impassibili) la disfatta. Tutti spettatori di un villaggio globale troppo difficile da sintetizzare oggi, sul finire del decennio. Gioie e ferite sono ancora troppo vivide.

Dai nostri televisori, i nostri pc, le nostre radio hanno tuonato i disordini del G8 del 2001. Genova messa a ferro e fuoco dai black blok. Il respiro s'è fermato quando la terra ha tremato sconvolgendo e sventrando l'Abruzzo. L'immediatezza, però, ha fatto sì che immediatamente l'Italia si è stratta attorno alla Regione violentata dalla natura. Hanno vinto carità e comunione. Chi col cuore, chi con i calli delle mani, eravamo tutti abruzzesi: abbiamo aiutato a scavare tra le macerie e a ricostruire le case. Con gli sfollati abbiamo aperto le bottiglie di spumante e abbiamo sentito di nuovo il calore di essere a casa.

Nonostante siamo tuttu più vicini (uniti anche da quest'euro che tanto ci ha fatto rimpiangere la cara, vecchia Lira), a volte ci sentiamo così soli, sovrastati - o inacpaci a sostenere - questa connettività globale. E' così che, alle soglie del nuovo decennio del non più nuovo millennio, ci affacciamo con le paure e le speranze di sempre. Guardare al futuro è sempre così. D'altra parte, come spiegava nel 1996 l'allora cardinale Ratzinger, "nell’uomo vi è un’inestinguibile aspirazione nostalgica verso l’infinito". Questa è la natura dell'Io. Nelle parole di Nietzsche tutta la tensione racchiusa in questa sfida: "Conoscerti io voglio - te, l’Ignoto, che a fondo mi penetri nell’anima, come tempesta squassi la mia vita, inafferrabile eppure a me affine!".