Lippi e un anno da ct: «Mezza Italia è fatta»

«Se una volta Totti sta fuori, lo tutelo. In Germania vado con i migliori»

Franco Ordine

Un punto e passa la paura. Un tempo, nel calcio italiano, usava così. Nei giorni difficili, nelle curve più insidiose della stagione, quel balsamo costituito dal punticino conteneva proprietà miracolose. Poi venne l’eretismo olandese, dalle nostre parti Arrigo il fusignanista impose il primato dello spettacolo sul risultato e il Milan berlusconiano trascinò tutti verso la terra promessa. Anche Marcello Lippi, dopo un anonimo apprendistato in provincia, si convertì a quella religione dalla panchina della Juve. Adesso no, adesso che veste d’azzurro e insegue il suo primo mondiale da Ct, adesso che con quel punto rimediato a Oslo, contro la Norvegia, «passa la paura» e anche la sagoma di Francesco Totti resta dietro le quinte, Marcellone ha la faccia dello scampato pericolo e il sorriso dolceamaro di un complicato esame superato. Non c’entra affatto la stanchezza del lungo trasferimento nella notte dalla Norvegia, né la decisione di scendere alla Malpensa per tirar dritto in auto verso Viareggio, c’entra il bilancio di un anno da Ct, con tanto di cifre, di nomi da fare e di traguardi da centrare. «Siamo alla metà dell’opera» rammenta Lippi con quei 13 punti nella classifica del gironcino e la qualificazione più vicina forse, di sicuro deve passare attraverso le colonne d’Ercole dei viaggi in Scozia e Bielorussia, a settembre. «Siamo a metà dell’opera per la qualificazione anche nella costruzione della squadra che è il risultato più importante da centrare prima dell’estate del 2006» segnala ancora il Ct che questo concetto ripete, martellando, da dodici mesi quasi, dal giorno in cui lo invitarono a sedersi sulla panchina che fu di Trapattoni reduce da due naufragi, uno al mondiale nippo-coreano, l’altro all’europeo portoghese.
Habemus squadram, verrebbe da chiosare. Se Lippi non avvertisse, con apprezzabile senso della realtà, che siamo solo a metà dell’opera. Mezza squadra, insomma. Da sottoscrivere. Il concetto è semplice e impegnativo al tempo stesso: «Essere squadra vuol dire condividere gli stessi valori, esaltare il gruppo e il sacrificio, mostrare voglia d’aiutare il compagno in difficoltà: sono le premesse per ogni club che abbia ambizioni di successo, restano le qualità richieste anche per una nazionale che si ponga traguardi prestigiosi da centrare». Ecco il discusso valore del punto di Oslo. Pesato in modo diverso, attraverso il bilancino delle condizioni generali del calcio italiano, «a sette giorni dalla fine di una stagione massacrante», «con tutte le migliori energie spese per definire il proprio destino, serie A o serie B, Champions league o zona Uefa». Il calciatore simbolo di questa condizione disperata raccontata da Lippi è Andrea Pirlo e non solo perché reduce dalla terribile batosta di Istanbul, oppure dal logorio di un anno cominciato ad Atene con le Olimpiadi e concluso a Oslo, senza brillare né prima né durante né dopo. «Mi ha confessato alla fine: ho tirato fuori quel che è rimasto delle mie energie perché vedevo gli altri lottare alla morte» la testimonianza di Marcello che vuol rendere omaggio allo spirito della sua nazionale, fatta a metà.
Così è possibile dimenticare Totti e quel polverone indecente. «Io credo di averlo preservato» insiste Lippi e forse è il caso di credergli sulla parola perché qui non si prepara il golpe. «Se gli faccio saltare una sola partita, lo preservo» ribadisce prima di concludere che in Norvegia senza Nesta e Gattuso, senza Gilardino e Totti «il punto portato a casa non è risultato di poco conto». In Germania no, in Germania i migliori ci saranno tutti, naturalmente. Totti compreso. E per allora, la missione deve essere completata. Con un Ct che agli occhi dei suoi feroci aguzzini è anche un tantino più forte anche se non lo riconosce, anzi fa professione d’umiltà.