L'Isis non abbassa le armi ma cambia zona di caccia

Dopo la sconfitta in Siria e Iraq, le bandiere nere trovano altri focolai di rivolta per la guerra santa

Persa la guerra in Siria e Iraq, l'Isis guarda a Oriente. Gli oltre 250 morti degli attacchi in Sri Lanka avvenuti la domenica di Pasqua, che hanno preso di mira i cristiani e chiunque venga considerato infedele, sono solo le ultime vittime della follia islamista che negli ultimi anni ha conquistato territorio nella regione. La strage, però, segna anche un salto di qualità nel modus operandi e un consolidamento di un fronte del terrore mondiale.

«Con gli attentati in Sri Lanka i terroristi hanno alzato l'asticella», spiega a Il Giornale Zach Abuza, professore al National War College di Washington ed esperto dell'area. «Lo Stato Islamico ha iniziato a cercare di radicalizzare i gruppi locali tra il 2014 e il 2016, attraverso video di propaganda nelle loro lingue. Lo hanno fatto per cercare altri adepti e trovare un nuovo terreno dove poter combattere». Anche perché, aggiunge Abuza, «il potenziale dell'Asia per loro è enorme, soprattutto ora che hanno perso il Califfato».

L'Isis sta puntando molto in questa parte del Mondo, una regione ricca di piccoli gruppi, guerriglie e con un gran numero di persone di fede musulmana che ha sempre guardato con interesse a cosa succedeva prima in Palestina e poi in Siria e in Iraq. E attraverso la propaganda e l'esposizione di figure carismatiche nell'oscurità di internet, tra i vari social media e il web nascosto, insieme al ritorno dei foreign fighters, lo Stato Islamico è riuscito a infiltrarsi dentro a queste organizzazioni da tempo attive in Asia.

È successo così con il National Thowheeth Jama'ath, il gruppo accusato dalle autorità locali della strage in Sri Lanka. Un gruppo che, fino al giorno di Pasqua, era semi sconosciuto, se non per qualche manifestazione fatta davanti alle moschee del Paese. E vista la complessità degli attentati, avvenuti in diversi luoghi quasi in simultanea e con l'utilizzo di esplosivi molto potenti, è arduo pensare che abbiano agito da soli. Un attacco del genere, infatti, ha bisogno di pianificazione e di fondi, che difficilmente un piccolo gruppo circoscritto, in un Paese dove i musulmani sono una minoranza del 10 per cento, sarebbe stato in grado di organizzare in solitaria.

Quello della radicalizzazione delle organizzazioni che fino a oggi lottavano su base locale, spesso difendendo la loro religione da attacchi esterni, sia da parte dello Stato, sia da parte di altri gruppi etno-religiosi, è un fenomeno che avevamo visto anche tre anni fa in Bangladesh. L'attacco del primo luglio 2016 al ristorante Holey Artisan Bakery a Gulshan, la zona diplomatica di Dacca, che ha ucciso 23 persone innocenti, ha molte similitudini con quello avvenuto a Pasqua in Sri Lanka. L'organizzazione Jamaat ul Mujahidee, accusata di aver organizzato l'attentato, infatti, proprio come il National Thowheeth Jama'ath era considerata innocua. Ma non solo, anche i profili degli attentatori sono simili: giovani ricchi e istruiti, che hanno studiato all'estero. E se fino a prima eravamo abituati a pensare che chi si arruolava nelle file degli jihadisti era povero, radicalizzato nelle scuole coraniche e che lo faceva non vedendo un futuro, questi due stragi ci portano verso una strada completamente diversa e più pericolosa. Perché i terroristi si potrebbero nascondere in qualsiasi ambiente e colpire all'improvviso.

Anche nelle Filippine del Sud, nell'Isola di Mindanao, dove diversi gruppi musulmani, inizialmente nati per richiedere l'indipendenza da Manila stanchi delle trattative spesso interrotte con il governo si sono radicalizzati e hanno abbracciato l'ideologia delle bandiere nere. Il 27 gennaio scorso durante la celebrazione della messa nella cattedrale della città di Jolo, nel sud delle Filippine, un'esplosione di due ordigni artigianali ha ucciso almeno 20 persone. La strage dei fedeli è stata opera degli jihadisti di Abu Sayyaf, un gruppo locale che ha giurato fedeltà all'Isis. Sempre Abu Sayyaf, insieme al Maute un altro gruppo filippino affiliato ai tagliagole di Abu Bakr Al-Baghdadi nel maggio del 2017 ha assediato la città di Marawi per cinque lunghi mesi. Le truppe governative sono riuscite a liberarla solo dopo duri combattimenti, più di mille morti e 400mila sfollati.

Questi guerriglieri che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico, dunque, non sono di nuova creazione, conducono conflitti settari su piccola scala con altri gruppi religiosi da decenni. «Lo hanno fatto per diverse ragioni», ci dice il professore Abuza. «A volte questo avviene a causa dei combattenti stranieri che rientrano. Altre volte è perché sentono che le tattiche che stanno usando sono insufficienti alla loro lotta. Altre ancora vogliono semplicemente che il governo prenda più seriamente le loro richieste. E pensano che stando sotto il marchio dello Stato Islamico questo accada. Infine è possibile che siano alla ricerca di un sostegno straniero per avere fondi e materiale».

Un mix che può diventare letale. «Gli attacchi nello Sri Lanka sono quello che dovremmo aspettarci dall'Isis nei prossimi anni», avverte l'esperto. «La capacità di innestare i movimenti esistenti, l'influenza dei combattenti stranieri rimpatriati, l'intensificazione della radicalizzazione, i cambiamenti del bersaglio e la competenza avanzata nella fabbricazione di bombe sono un allarme da non sottovalutare». Infine, per Abuza, la strage di Pasqua ha stabilito anche «un nuovo standard di quello che la struttura centrale dello Stato Islamico si aspetta dai suoi miliziani in giro per il mondo. Nove attentatori suicidi, infatti, ci mostrano un'incredibile indottrinamento e una disciplina ferrea».