L'Oblio dell'artista Paolo Chiasera

Alla galleria milanese di Francesca Minini la personale di un raffinato intellettuale

Si potrebbe pensare di essere in un museo della scienza, se non fosse per lo studiato rigore dello spazio bianco, attraversato da una fertile sponda nera, che percorre la luminosa galleria. E per l'estrosità di un grande trittico che colpisce lo sguardo del visitatore: un'opera di grandi dimensioni che lo accompagna, con la sua forte presenza, per tutta la durata della visita.
È la mostra di Paolo Chiasera (Bologna 1978; vive a Bologna e Berlino) alla galleria milanese di Francesca Minini (via Ventura). Chiasera è un raffinato intellettuale che utilizza la dimensione artistica per raccontare il pensiero filosofico, la scienza, la sua visione del mondo. A ispirarlo è il fallito progetto del matematico e filosofo Charles Babbage di un calcolatore programmabile.
Sulla prima grande parete bianca, un piccolo ritratto, figura ambigua che permette di vedere due volti. Quello di Robert Peel e di Lady Lovelace, entrambi sostenitori del progetto di Babbage. Ed è la mente a disegnare in alternanza i due volti, in base alla selezione che l'occhio fa dei particolari. Un quadro che dialoga con una macchia nera sulla parete bianca: tre punte verso l'alto come spade e il nero scivola via, per gocciolare sul pavimento. Simbolo, forse, del percorso travagliato e difficile d'ogni creazione.
Ci sono pure tre grandi lavori su carta a china, i passaggi delle macchine dello scienziato britannico, laddove i chiaroscuri dell'inchiostro sembrano voler investigare la forza misteriosa che muove la ricerca, e raccontano l'ansia che unisce la storia al presente dell'artista. Al centro della sala, una bacheca su un elegante tavolo in legno chiaro contiene La misura dell'errore. Un simbolico metro degli errori progettuali e un libro che documenta gli scarti, attraverso fotografie. Ma non è dato di vederli: occorre crederci, come quando si racconta ai bambini una storia fantastica e tutto sembra vero.
Approach to Identity è il titolo del grande trittico che dà il benvenuto: la parola 'oblio', ricavata dalla scalfittura della vernice nera "sprayata" e gocciolante sulla parete, nasconde i tre aspetti dello sviluppo progettuale, come gli occhi sotto le ciglia, svelati solo da un'attenta osservazione. Altrove, un albero grosso e contorto, un castagno a china, è simbolo dell'abbandono di una tecnica, di materiale non più usato per costruire mobili: a indicare il passaggio da una fase all'altra, una diversificazione di elementi che poggiano sul concetto di trasformazione e sul percorso dell'errore.
Un cammino, quello della storia come quello dell'artista, che stabilisce i diversi livelli della creazione. Tempi e passaggi che Chiasera scandisce anche quando crea in legno la macchina del matematico: sorpresa della seconda sala, scultura in legno che diviene cassa armonica per diffondere le note di una melodia. Un altare che accoglie un cervello fatto di legni, a sottolineare lo sforzo mentale che la genesi di un'opera richiede.
E la replica del quadro con i due mecenati: ora non più figura ambigua, come l'autore avrebbe voluto. A conferma della possibilità dell'errore, come sfida e traguardo.