«L'odore dell'acqua», il primo romanzo di Maurizio Stefanato

É il racconto della vita in un paesino veneto negli anni Cinquanta, dopo la guerra e alla vigilia del boom economico, attraverso le emozioni e le sorprese di un bambino che diventa adulto

«L'odore dell'acqua» è il primo romanzo di Maurizio Stefanato, che finora ha dedicato alla pittura la sua vena creativa. L'esordio nella scrittura, in età matura, è felice e fa pensare a una lenta e ricca accumulazione di esperienze da raccontare, vissute o immaginate. Dal racconto - Edizioni del Leone, Spinea, 10 euro - s'intuisce un lungo filo autobiografico, anche se non esplicito. È un semplice, lieve, delicato racconto della vita di un paesino veneto negli anni Cinquanta, dopo la fine della seconda guerra mondiale e alla vigilia del boom economico. I personaggi contribuiscono al quadro di una vita d'insieme, non comparse ma ciascuno piccolo protagonista ben caratterizzato. Le storie personali, le nascite, le morti, le disgrazie, persino un omicidio che offre una vena di mistero, sono tessute nell'intelaiatura di un paesaggio domestico e cicatrizzate dal lento e incessante procedere della vita. Si ritrovano gli antichi valori della comunità contadina: la solidarietà nella sfortuna, la comunità che si unisce e si riunisce negli eventi più forti, la parsimonia, lo spirito d'iniziativa. E poi, l'osteria, la piazza, il senso collettivo, l'incrocio pettegolo delle informazioni. I sottintesi, i bisbigli. I soprannomi, tipici della vita di paese. Le lavandaie, il pescatore di frodo che ammazza i pesci con gli esplosivi. I primi prodotti americani. La villa padronale della contessa e le barchesse abitate dalle famiglie del popolo. L'arrivo della tv. Il Moplen, Carosello, la Miscela Leone, la bici Torpedo. L'intraprendenza delle donne, protagoniste che alla fine appaiono più solide degli uomini: è l'antica solidità femminile della campagna veneta, madre di tanti progressi. E poi, il benessere che arriva e, con esso, la civiltà dell'essere che se ne va: resta quella dell'avere, ma le sue logiche sono diverse e più crude. Tutto è avvolto, sullo sfondo, dal placido e introverso fluire del Sile, il fiume di risorgiva più importante d'Europa.
Il protagonista è Leo - anzi, la sua crescita, da bambino a ragazzo - che attraversa il racconto con le sue emozioni, le sue scoperte e i tormenti che gli provengono dall'essere stato testimone di un delitto. Quello di Maurizio Stefanato ricorda, in scala, un racconto sudamericano alla Garcìa Màrquez, dove i personaggi s'intrecciano e i tempi scorrono, inesorabili. Oppure un quadro fiammingo, alla Bruegel, dove il villaggio stesso è protagonista, e tutte le figure che vi si muovono, s'industriano, giocano, ballano, lavorano non sono altro che un vivace, unico insieme.