Loi, il ballerino della boxe che sapeva riempire San Siro

Lasciò il ring da campione del mondo. Fu il secondo italiano nella Hall of Fame. A Milano si innamorarono di lui: «Natale con i tuoi, Santo Stefano con Loi...»

(...) Ci furono tempi difficili in cui Duilio e Grazia, la moglie, non sapevano neppure come dar da mangiare ai bambini, pagare l’affitto. Impegnarono perfino le fedi al Monte dei Paschi. Ma match dopo match, Loi cominciò a farsi il gruzzolo: divenne campione italiano, poi europeo dei pesi leggeri. Incrociò un pugile di medio rango, Gianni Uboldi, e non lo dimenticò mai. Un bel picchiatore. Uno e trino. «D’un colpo sul ring ne vidi tre, provai a picchiare sull’ombra più scura e ci presi», raccontò.
Provò anche la via dell’emigrante: prima in Australia, poi negli Stati Uniti. In Australia guadagnò quanto mai gli era capitato: tre match valsero tre milioni e mezzo. Negli Stati Uniti conobbe il mondo della mafia: Frankie Carbo e Jimmy Norris. Lo introdusse Aldo Spoldi, antico pugile giramondo, campione dei pesi leggeri che aveva imparato a cavarsela da quelle parti. Frank Sinatra e i suoi amici lo invitarono a una festa a Los Angeles. Frank gli dedicò un paio di canzoni. Quel giorno conobbe Marilyn Monroe. Loi non si lasciò tentare da una bella bionda che avrebbe voluto sposarlo. Prese tempo. Tornò a casa, promise un ritorno negli Stati Uniti. Ci mise piede solo cinque anni dopo.
Nella sua storia professionistica, passò dalle mani di Umberto Branchini, a quelle di Giovanni Busacca, e arrivò al mondiale con Steve Klaus, il maestro italoamericano che lo aveva scartato dalle selezioni olimpiche per Londra, perché si era rifiutato di spegnere una sigaretta. Loi era testa dura e scaramantico. Puntiglioso come un vero sardo. A Londra (1951), prima del match con Tommy Barnham, ascoltò l’inno inglese. Non fu suonato quello italiano. E allora, dopo aver vinto ai punti e aver dato una lezione all’inglese, Duilio restò seduto sul suo sgabello e pretese di sentire anche l’inno di Mameli. Non si mosse, finché non venne soddisfatto. Il bello della sua storia arrivò con i match contro Ortiz. Tre sfide nelle quali il portoricano soffrì la bravura tecnica del nostro. Duilio divenne campione il 1° settembre 1960, dopo avere perso tre mesi prima in America. La bella, otto mesi dopo (10 maggio 1961), e fu un altro trionfo.
I tre match con Eddie Perkins, negretto bisbetico di Chicago, furono il riassunto di una vita sul ring: sofferenza, astuzia, determinazione. Alla fine Perkins raccontò: «Loi è uno solo, ma io ne ho incontrati tre diversi». Duilio preparò il terzo incontro, chiedendo tutto quanto ancora poteva al suo fisico e al suo orgoglio: il 15 dicembre 1962 dimostrò di essere un campione. Ma un mese dopo (23 gennaio 1963) convocò i giornalisti nella sua trattoria di Porta Volta e annunciò: «Chiudo, c’è qualcosa che vale più dei quattrini: dignità, prestigio, personalità». Mollò il ring a 33 anni e pochi mesi. Poi la vita gli tirò colpi più duri: un figlio finito male, la morte della moglie, la malattia. Viveva grazie a un vitalizio. È stato il terzo campione del mondo della boxe italiana, il secondo a essere accolto nella Hall of fame della boxe. Ha conosciuto la fama ed anche la fame. Tutto.