Il londinese che dava frustate a tutta Italia

«Lana trista da pettinare sono io», disse di sé riconoscendo, con l’usuale sincerità, l’irruenza del suo carattere polemico. Mai però immaginava che gli sarebbe capitato di uccidere. Fu invece quanto gli accadde a Londra al tocco dei 50 anni.
Percorreva Haymarket Street sul fare della notte, reduce da uno spuntino al Caffè Principe d’Orange. Giunto all’altezza di Charing Cross (raccontò poi il Nostro in una lettera al fratello) «una puttana mi diede un pugno nelle parti che non si nominano. Io restituii il complimento con un manrovescio». Ma la ragazza cominciò a berciare, richiamando l’attenzione dei protettori che, raggiunto il malcapitato, lo tempestarono di pugni. Nel tentativo di difendersi, l’aggredito tirò fuori il coltellino d’argento che portava sempre con sé e vibrò rasoiate alla cieca. Uno degli energumeni, tale Morgan, restò secco. Il casuale omicida fu imprigionato e messo sotto processo, con rischio di impiccagione.
Ma il Nostro aveva amici altolocati che si presentarono come un sol uomo davanti alla Corte per testimoniare a suo favore. Si videro schierati nell’aula Samuel Johnson, gloria delle lettere inglesi, Edmond Burke, futuro autore delle Riflessioni sulla Rivoluzione francese, sir Joshua Reynolds, celebre pittore, David Garrick, rinnovatore del teatro britannico. «Mai una tale costellazione di geni ebbe a illuminare la cupa aula di un tribunale criminale», scrisse James Boswell, il biografo del Dottor Johnson che, ventinovenne, assisté al dibattimento. Lo straordinario parterre attestò che il Nostro era dei loro e che mai avrebbe dato la morte, se non per evitarla a sé. Poiché la Corte insisteva sulla premeditazione, visto che l’imputato girava con l’arma in tasca, prese la parola Garrick, il più giramondo del gruppo. Egli spiegò che nel Continente, di cui l’omicida era originario, occorreva che ognuno avesse con sé un coltellino perché nei ristoranti si era usi fornire ai clienti la sola forchetta. La tesi era un po’ azzardata, ma la Corte, provincialmente digiuna di costumi d’Oltremanica, la prese per buona.
Per ultimo parlò l’accusato. «Signori giurati, spero si capirà che un uomo della mia età, del mio carattere e delle mie abitudini non lascia spontaneamente la penna per lanciarsi in una rissa». Sottolineò, inoltre, di avere rinunciato al privilegio concesso agli stranieri di includere sei connazionali tra i dodici giurati «convinto della mia innocenza e del discernimento con cui gli inglesi sanno appurare la verità. L’ho fatto - concluse - per il mio onore poiché, se l’onore non è salvo, non posso augurarmi che mi sia conservata la vita». L’arringa piacque oltremodo. La Corte lo assolse e gli amici lo festeggiarono. Banchetti e bevute durarono giorni.
Al felice esito del processo contribuì l’ammirazione dei giurati per uno straniero che parlava così appropriatamente la loro lingua. Il Nostro era infatti un vero talento in materia. Oltre all’italiano, l’idioma materno, favellava del pari spagnolo e inglese. Dalle inflessioni dei viaggiatori, riconosceva le provenienze da ciascuna città dei tre Paesi. Dieci anni dopo il memorabile processo, dette alle stampe un Dizionario italiano-inglese che per mezzo secolo fu giudicato il migliore. A Londra passò, con trascurabili interruzioni, 38 anni della sua vita fino alla morte.
Lasciò l’Italia a 32 anni, per incompatibilità coi connazionali. Troppo cascanti per il suo temperamento acceso. Un paio di volte provò a tornare, ma la cappa opprimente lo distolse di nuovo. Polemista di natura, tanto la natia Torino, quanto Venezia e Milano dove cercò di adattarsi, gli andarono strette. Primogenito di un ingegnere militare ispettore delle fortificazioni dei Savoia, uscì da casa a 16 anni. Non sopportava la matrigna che si faceva sfacciatamente circuire da un cicisbeo con disdoro della famiglia. Amico dei Gozzi a Venezia e dell’Imbonati a Milano, si imbarcò in ferventi tenzoni letterarie che gli procurarono censure e interdetti. Negli andirivieni con Londra, fondò a Venezia una celebre gazzetta in cui si firmava Aristarco Scannabue. La usò come una frusta per caricaturare l’Arcadia. In polemica con la letteratura artificiosa degli italici abatini, sollevò a modello Benvenuto Cellini, scrittore illetterato, che «scrive come viene viene». Al venticinquesimo numero, il Doge gli impose di chiudere la rivista che aveva irritato Bernardo Tanucci, primo ministro napoletano. Poco dopo, la città di Milano gli vietò di pubblicare le 47 Lettere familiari ai suoi fratelli per le proteste del Portogallo, messo alla berlina nell’operetta.
Questo caratteraccio cercò una sola volta di mettere la testa a partito assumendo l’incarico di economo dei forti savoiardi di Cuneo e Mondovì. Ma, esasperato dalla chiusura delle popolazioni locali, disse di loro: «Brufoli in sembianze umane che distinguer non sanno il culo dalle braghe». E gli toccò fare fagotto. Eppure ai giorni nostri, la città di Mondovì, con nobile smemoratezza, ha dedicato a lui il Teatro comunale. Così come ebbe il suo nome, simbolo di intransigenza, il celebre quindicinale antifascista di Piero Gobetti.
Chi era?