LONDON Le pepite dell’ispirazione

«Dal Klondike non ho portato a casa nulla, solo lo scorbuto». Così Jack London ricordava nel 1913 fra le pagine della sua autobiografia semialcolica John Barleycorn la sua esperienza nel Grande Nord. Lassù si era diretto nell’agosto nel 1897 e là era rimasto sino al luglio del 1898, con la speranza di trovare l’oro. Ma se in realtà, come egli stesso confessò, non trovò che una manciata scarsa di pepite, in quei territori sperduti trovò se stesso.
Dopo aver passato anni prima a fare il ladro di perle (con il soprannome Frisco Kid), poi il guardiacosta nella Baia di San Francisco; dopo aver vagabondato ed aver conosciuto il carcere, London nel Grande Nord temprò il proprio carattere e fece emergere un grande talento di scrittore. «Lassù nessuno parla. Ognuno pensa. Così ti crei il tuo punto di vista. E io così mi sono fatto il mio». Lo scrittore raramente ha raccontato episodi della sua esperienza nel territorio dello Yukon in opere autobiografiche come il già citato John Barleycorn o in Martin Eden. Ha preferito affidare i ricordi di quell’esperienza a storie non autobiografiche come Il richiamo della foresta, Zanna Bianca, All’uomo sulla pista, Il silenzio bianco, Alla fine dell’arcobaleno, dove si respira a pieni polmoni il profumo drammatico dell’avventura.
London ritornò dal Grande Nord senza nemmeno una pepita in tasca, ma trovò una riserva inesauribile di emozioni e ricordi che avrebbero alimentato tutta la sua narrativa successiva e l’avrebbero portata al successo. Per ricostruire il suo itinerario di avventuriero ed esploratore è affascinante leggere Il marinaio nella neve. Jack London e il Grande Nord di Dick North (CDA Vivalda Editori, pagg. 200, euro 17, a cura di Davide Sapienza). North venne inviato dall’Empire e dal Review Journal di Las Vegas in Alaska nel settembre 1964 per realizzare un servizio sulla situazione di quei territori. Il giornalista scoprì allora che lassù, in quelle terre desolate e in buona parte ancora incontaminate, era rimasta più di una testimonianza del passaggio di London. Si mise così a rileggere non soltanto i testi dello scrittore, ma anche le testimonianze degli esploratori a lui contemporanei che avevano visitato i luoghi da lui narrati.
Nel libro racconta di come il ventunenne London si «precipitò a rotta di collo per tutta Oakland a racimolare i fondi necessari per partecipare alla corsa all’oro». Il giovane cercò prima di farsi ingaggiare come assistente del famoso giornalista e poeta Joaquin Miller (che era stato incaricato dal San Francisco Examiner di seguire gli eventi nel Klondike), ma quando scoprì che questi era già partito convinse suo cognato J.H. «Cap» Shepard non soltanto a finanziare la sua spedizione nel Grande Nord, ma anche a seguirlo. I due partirono il 23 luglio 1897 a bordo della «Umatilla» verso l’Alaska e fecero subito amicizia con tre uomini di Santa Rosa che sarebbero divenuti i loro inseparabili compagni d’avventura: Fred Thompson, Jim Goodman, e J. Meritt Sloper. Tre personaggi chiave dei quali Dick North è riuscito a ricostruire caratteri e biografie e che gli hanno permesso di verificare nel dettaglio tutto l’itinerario londoniano. Fra l’altro, apprendiamo che il cabin in cui London aveva soggiornato dall’autunno 1897 all’inverno del 1898 sia ancora oggi in piedi e sia stato identificato con certezza dallo stesso North. E che North riuscì, assieme ad altri appassionati viaggiatori, a ritrovare a Mayo, nello Yukon, un pezzo di legno strappato proprio da quella stessa casetta di tronchi. Una striscia sulla quale rozzamente London aveva siglato il proprio nome identificandosi come «minatore-scrittore».
Fra le pagine de Il marinaio nella neve facciamo la conoscenza degli amici che accompagnarono London nel suo peregrinare ma anche di quelli che incontrò sulla pista dal passo Chilkoot, a Dawson City. North riesce persino ad inserire nelle vicende anche l’unica fotografia che ritragga «Jack il Lupo» a Sheep Camp. Un’immagine scattata nel settembre del 1897 dal fotografo pioniere Frank La Roche che fissa inequivocabilmente le date della permanenza di London nei territori del Grande Nord. Oltre a un ricco apparato fotografico, il libro di North propone anche un inedito reportage del 1902 intitolato «I cercatori d’oro del nord», in cui London riassume in poche pagine lo spirito e le epiche imprese di coloro che si avventurarono con coraggio e disperazione in Alaska già a partire dal 1847.
Uomini che lassù «dimenticano il mondo e le sue abitudini come se il mondo si fosse dimenticato di loro. Uccidono e consumano la propria carne. Banchettano o fanno la fame, incessantemente alla ricerca della tentazione gialla». Individui disposti a sfidare la forza degli elementi come il protagonista del racconto Preparare un fuoco. Un piccolo classico della letteratura londoniana riedito in una preziosa edizione da Mattioli 1885 (pagg. 92, euro 9). Il testo viene riproposto sia nella prima edizione apparsa nel 1902 su Youth’ Companion, sia in quella successiva uscita nella raccolta Lost Face del 1910. Due versioni molto diverse, per l’impostazione narrativa e per il finale, e che ci mostrano in pieno il senso della wilderness espresso dalla narrativa di London. Una storia (accompagnata da un approfondito saggio di George R. Adams e dalle note biografico storiche del curatore Davide Sapienza) che mette in luce una profonda sensibilità darwiniana per quanto riguarda la descrizione del rapporto fra l’uomo e la natura.