Londra, al college la felicità si trova sui banchi

da Londra
Un tempo esclusiva di poeti e filosofi, la conquista della felicità oggi è un tema sempre più studiato dagli economisti e dalle scienze sociali. Si moltiplicano libri e statistiche su come conquistare un bene tanto elusivo quanto indispensabile all’equilibrio del mondo, nelle università di Harvard e Cambridge si tengono lezioni in «psicologia positiva», a Cambridge è stato addirittura fondato il «Well-Being Institute», un centro di studi per «star bene», che già offre consulenze agli enti sanitari e nel mondo degli affari. Ma a questo punto della vita è troppo tardi per imparare ad essere felici, dice lo storico Anthony Seldon, l’insegnamento deve cominciare a scuola. Preside del Wellington College, una delle più prestigiose public school inglesi fondata in onore del duca che vinse Napoleone a Waterloo, Seldon da settembre inserirà nel programma degli studenti dai 14 ai 16 anni lezioni settimanali di «Happiness» e «Positive Psychology» per insegnare come essere contenti e soddisfatti, come costruire rapporti umani positivi, riconoscere e scartare in tempo quelli distruttivi, per formare insomma dei giovani adulti più felici e quindi più solidi.
«Nelle scuole si tende a mettere troppa enfasi sugli studi, sulla resa intellettuale, si trascurano le emozioni, con il risultato che i giovani sono impreparati alla vita», dice Seldon, per il quale insegnare la predisposizione alla felicità sui banchi di scuola, quando carattere e abitudini sono ancora in via di formazione, è una priorità assoluta. «È importante insegnare agli allievi ad anteporre al successo negli studi e nella carriera la capacità di essere un collega rispettato e un amico prezioso, un genitore affettuoso in grado di crescere i figli in un ambiente protetto e sicuro». Una nuova materia che il preside del Wellington College auspica sia introdotta in tutte le scuole del regno nel giro di cinque anni.
Ma in che cosa consisteranno le lezioni? «Saranno - spiega Seldon - lezioni molto diverse da quelle di storia e di fisica, che coinvolgono soprattutto l’intelletto. Saranno lezioni di apprendimento emozionale, in cui è in gioco l’intelligenza emotiva, gli allievi impareranno a porsi traguardi realistici e appropriati ai loro talenti e interessi, verranno analizzate anche le emozioni negative, inevitabile parte della vita, per afferrare meglio le cause della sofferenza e dell’infelicità, come evitare o minimizzare queste emozioni e come combatterle. Quindi in sostanza gli studenti impareranno a conoscersi meglio, ad accettare i propri limiti e potenziare le proprie capacità, alcuni individui nascono con una disposizione più solare di altri, ma quale che sia la loro eredità genetica, tutti saranno guidati a gestirsi».
Saranno anche lezioni altamente morali e spirituali, sottolinea il docente, sull’importanza della cura del corpo e su come non abusare di alcol, sigarette, droga e cibo malsano, ma anche su come trascendere il proprio io, sviluppare un saldo codice di lealtà e considerazione per gli altri e intrecciare buoni rapporti umani che sono il fondamento di ogni vita felice.
Ma si può insegnare la felicità, un segreto che ha tormentato tanti profeti e filosofi antichi prima dell’arrivo degli «happy thinkers» di oggi? Molti studiosi, sia pure ammettendo la validità del «pensiero positivo», ne dubitano, ricordando che Epicuro predicava la serenità, lo stoico Zenone di Cizio l’autocontrollo e il distacco, come del resto Seneca e Cicerone. E se per il filosofo utilitarista britannico Jeremy Bentham era un diritto di ognuno perseguire la felicità individuale ma compito dei governi crearne le condizioni favorevoli, per John Stuart Mill i piaceri dell’intelletto erano superiori ai piaceri del corpo. Ma in tempi più recenti Bertrand Russell scriveva che la felicità non è impossibile da conquistare, «gli ostacoli sono nel cuore dell’uomo».
Ecco dunque che secondo Anthony Seldon le lezioni del Wellington College possono iniziare un nuovo capitolo nella storia della scuola, «dove bisogna insegnare agli allievi a saper badare a se stessi, a saper gestire il rifiuto in ambito professionale e in ambito sentimentale, saper affrontare la fine di rapporti che ci sono cari, i lutti, i periodi di depressione». La vita vera, insomma.