Lorenzo de’ Medici magnifico a metà

Lorenzo, detto il Magnifico, tanto magnifico in fondo non era: un uomo, indubbiamente, amante del bello, e soprattutto delle belle (Machiavelli e Guicciardini, che pure lo apprezzavano, lo definiscono infatti «mirabilmente involto nelle cose veneree»), capobrigata d’un clan di giovani e non più giovani gaudenti - almeno fino ai suoi vent’anni - dediti ai brutali passatempi della caccia, delle orge, dei festini, e di ogni sorta di bagordi collettivi e individuali, che non giovarono ovviamente alla sua salute. Tanto che egli morì a solo quarantadue anni in preda a dolori atroci allo stomaco e a tutto il corpo (forse per un tumore metastatizzato) nel suo rifugio di Careggi, abbandonato il palazzo mediceo di Via Larga, e abbracciando, lui peccatore e ferocissimo repressore della congiura dei Pazzi (con più di cento impiccati, decapitati, linciati, torturati e molti altri privati dei beni ed esiliati), un crocefisso portogli da uno di quegli immancabili «convertitori» che di solito stazionano al capezzale degli agonizzanti.
Il vero indubbio capolavoro di Lorenzo de’ Medici fu la politica estera, che portò a un accettabile equilibrio tra Venezia, Firenze, Napoli ma, dopo l’uccisione di Galeazzo Sforza, non con Ludovico il Moro a Milano e fino alla discesa di Carlo VIII, che portò con sé nell’ospitale Firenze che gli aveva spalancate le porte, oltre a tutto il suo esercito, anche il bel dono della sifilide, che da allora prese anche il nome di «mal Franzese».
Quanto al mecenatismo, a Lorenzo risultò facile: aveva intorno il Botticelli, Verrocchio, Gozzoli - ma si lasciò imperdonabilmente sfuggire Leonardo, che se ne andò a Milano - e inoltre il poeta Poliziano, Pico della Mirandola, e il filosofo neoplatonico ma letteratissimo Marsilio Ficino. Furono quasi loro stessi a offrirglisi, ed egli beneficò dei loro insegnamenti azzardandosi a poetare egli stesso - con opere varie e di diversa ispirazione, come spesso accade ai buoni dilettanti -, come ad esempio il Simposio, altrimenti detto I beoni, poemetto satirico farcito di citazioni parodistiche di Dante e Petrarca, e persino irriverenze nei confronti della passione di Cristo. V’è poi la famosa Caccia col falcone, e l’idillio rusticano Nencia da Barberino. Volendo definire questa attività, noi la diremmo oggi hobby di alto livello. Che però doveva molto appassionarlo, e anche illuderlo, convinto di emulare i grandi del passato come Cesare Augusto, Adriano, e magari anche Marco Aurelio, oltre che ovviamente Dante, Petrarca, Boccaccio e Luigi Pulci, autore del Morgante, un po’ amico di famiglia e un po’ buffone di corte.
Di diverso e opposto segno è il poema in sei capitoli l’Altercazione; una sorta di dibattito filosofico sui «sommi beni», svolto con una evidente e spesso non gradevole dipendenza dal neoplatonismo di Marsilio Ficino. Una maggiore vivezza, sostenuta da evidenti e numerosi influssi, o addirittura «prestiti», da Ovidio, Stazio, Boccaccio, ma anche di nuovo Virgilio, Dante, Petrarca, è in Il poema di Ambra, forse l’opera più congeniale al carattere di Lorenzo, così attento all’osservazione e alla sintesi, vuoi di gruppi sociali, vuoi dei fenomeni e spettacoli naturali. Sovraccariche di reminiscenze ovidiane, teocritee e virgiliane, sono le due Ecloghe; una Selva d’amore è scritta da Lorenzo in polemica con le pratiche dell’esoterismo cui si dedicavano i circoli colti di Firenze e l’Accademia platonica; poi c’è una sacra rappresentazione detta di San Giovannni e Paolo. Quasi estremi echi di gioia nella produzione poetica di Lorenzo, sono i Canti carnascialeschi e le Canzoni a ballo, che ben si adattavano allo spirito popolare durante il «trionfo» di Bacco e lo stesso corteo di Carnevale. Poi, quasi a confortare Lorenzo sofferente, e a distrarlo dalla malattia, vengono i componimenti che si ripiegano e insieme si innalzano nell’ispirazione religiosa. Così la Laude alla Vergine che, per volontà dello stesso Lorenzo, venne adottata dalla devozione popolare: la gente la cantava durante la processione della Settimana Santa.
Il godibile libro di Ivan Cloulas offre un’avvincente storia delle vicende dei Medici, ma anche una sorta di ragionevole antologia delle opere e operette letterarie laurenziane, tutte più o meno inserite in quella vasta produzione umanistica che Benedetto Croce, e in precedenza lo stesso Francesco De Sanctis, avevano definito, con grande severità, non più che un serbatolo di temi e di stili che sarebbero poi stati più degnamente utilizzati nella grande letteratura del Rinascimento.