Loti autorecluso nell’harem del suo Oriente

Un ultimo viaggio di quattro giorni nell’amata «città delle cupole e delle frecce» per l’ufficiale di marina Julien Viaud, in arte Pierre Loti, innamorato dell’Oriente e della Turchia in particolare, dove trascorse, nei vari soggiorni, più o meno tre anni della vita. Divenuto scrittore di successo per i suoi romanzi ambientati in Oriente, appunto (l’esordio con Aziyadé, del 1879, che si svolge proprio a Costantinopoli; Le mariage de Loti, 1880, e a partire da ora assume lo pseudonimo; Madame Chrysanthème, 1887, in Giappone; Au Maroc, 1890 e così via), in essi riversa le sue esperienze personali - e spesso vi ripete lo schema del capitano di marina intrecciante effimeri ma intensi amori con indigene semicivilizzate (l’odalisca Aziyadé o Hatidjé fu la prima di queste).
A Parigi lo osannano e lo fanno Accademico di Francia pur non avendo egli meriti culturali. Così il libraio-editore Hachette gli propone nel 1889 di collaborare alla collana di monografie sulle capitali del mondo, con un libriccino su Costantinopoli: che uscirà nel 1892, quarto della collezione, quindi confluito nell’Exilée (1893) ed ora ben tradotto da Cristina Costantini (Costantinopoli nel 1890, Ibis, pagg. 68, euro 8,50).
Nel ’900 a lungo Loti fu preso sottogamba, soprattutto a causa del solito Breton, che in Refus d’inhumer (1924) lo liquida insieme a Barrès e Anatole France («tre sinistri poveracci»). Ma la prosa di Loti è chiara ed evocativa, dalla grande «qualità visuale», come scrisse Bachelard; soprattutto nei resoconti di viaggio come questo, inclusi nel Journal intime ch’egli tenne per tutta la vita e che venne pubblicato a due anni dalla morte, nel 1925. E la Costantinopoli che qui ci appare è un luogo sognato, rivissuto sulle corde della nostalgia: una «patria perduta», che è poi la patria dorata della giovinezza e del primo amore. L’Oriente di Loti non è addomesticato, o visto e ascoltato con sensi distratti, simili a quelli dei turisti, «razza di fannulloni» che hanno inquinato l’atmosfera fatata dell’antico. È piuttosto immersione in quel mondo. Così il viaggio fisico non è mai scisso dal pellegrinaggio sentimentale, da una «ricerca del tempo perduto» (si vedano testi come Fantôme d’orient, del 1891, storia del viaggio sulla tomba della morta Aziyadé) foriera di sviluppi.
I suoi vagabondaggi al tramonto per le strette vie gremite, nei caffè profondi e odorosi d’oppio; o lungo le rive del Bosforo nelle mattine brumose, quando le moschee paiono galleggiare sulle acque ancora cupe; le serate nel palazzo del Sultano, a rammaricarsi insieme di come il vecchio cuore segreto dell’Islam stia per cedere alla modernità, sono accorata supplica agli dèi per una impossibile sopravvivenza. Nel tempo senza tempo dell’Antico Serraglio, infine, rintraccia ancora, nella «voce d’oro» della preghiera, il senso antico delle cose, il passato glorioso di un popolo in declino. Insieme al muezzin, Loti canta un luogo e un’epoca liminari, la disparizione in atto, e la «malinconia avvolgente e angosciante». Nel simbolismo delle città morte e delle civiltà scomparse, nella sua «letteratura d’evasione», si deve leggere innanzi tutto il rifiuto delle consuetudini borghesi e il desiderio di un altrove: «Se ho scritto Aziyadé», ebbe a dichiarare, «è stato per il bisogno di cantare il mio malessere». Il distacco dal reale che egli persegue ostinatamente, talvolta ingenuamente, l’intera vita, patteggia, e talvolta gioca, col presagio di morte, e la sua pagina narra la fine di un mondo.