LOVECRAFT Dacci oggi il nostro orrore quotidiano

Grande ritorno dell’autore statunitense morto 70 anni fa, la cui opera è dominata da divinità occulte e malvagie

«Il più antico e intenso sentimento umano è la paura. E il genere di paura più antico e potente è il terrore dell’ignoto». Con questo incipit del suo saggio L’orrore sovrannaturale nella letteratura lo scrittore Howard Phillips Lovecraft sottolineava come l’horror dovesse essere considerato un genere primario della narrativa.
Eppure, nonostante le sue osservazioni, confermate in decine di romanzi e racconti, Lovecraft impiegò molti anni a essere inserito nelle antologie letterarie e ancor più si è dovuto attendere perché fosse incluso ufficialmente nelle storie della letteratura. Negli Stati Uniti la prima raccolta delle sue opere nella prestigiosa collana di classici «The Library of America» è stata realizzata soltanto nel 2005, grazie al contributo di un curatore d’eccezione come Peter Straubb.
In Italia, in occasione del settantesimo anniversario della sua morte, avvenuta il 15 marzo 1937, stanno uscendo una serie di opere destinate a rilanciare il suo immaginario. M - Rivista del Mistero (Alcràn Edizioni) nel numero di marzo di quest’anno propone, oltre alla nuova traduzione del racconto Nyarlathotep, dieci storie di autori italiani che reinterpretano la visionarietà del «Solitario di Providence». Tutte storie ambientate nel nostro Paese e che, come spiega il curatore dell’antologia Gianfranco de Turris, si svolgono «dalle coste sarde alle foreste calabresi, dal lago di Bolsena ai bassifondi napoletani, dalla campagna toscana ai quartieri di Roma». Racconti che hanno per protagonisti archeologi, camorristi, scrittori, mercanti d’arte, disc jockey e chirurghi estetici alle prese con le forze dell’ignoto. Tra le firme, Gianfranco Nerozzi, Giulio Leoni e Nicola Verde. A essi si affianca un curioso reportage di Sebastiano Fusco dedicato al misterioso ritrovamento su una bancarella di Montecatini di un diario che potrebbe essere appartenuto allo stesso Lovecraft.
Del resto, sul rapporto fra realtà e fantasia lo scrittore statunitense ha intessuto tutta la sua narrativa, ben consapevole che le sue storie avevano un forte legame con il mondo che lo circondava e da esso traevano linfa primaria. In una lettera del 1932 Lovecraft sosteneva: «nonostante si spingano a descrivere abissi sconosciuti, i miei racconti prendono sempre avvio da un’ambientazione realistica».
In particolare, si può riconoscere una forte componente autobiografica in cinque storie prodotte fra il 1919 e il 1934 ora riproposte in Il guardiano dei sogni. Le avventure di Randolph Carter (Bompiani, pagg. 303, euro 8,50). Un’opera la cui riedizione è stata curata anche questa volta da de Turris e nella quale è facile riconoscere nel protagonista un alter ego dell’autore e scorgere nel New England immaginario che appare in queste storie quello reale in cui visse lo scrittore («quando un artista canta di meravigliose terre lontane - spiegava - non fa altro che celebrare la propria terra, occultandola sotto uno sgargiante, esotico mantello»). Assistiamo così alle peripezie di un uomo, Randolph Carter, il quale, giunto alla soglia dei trent’anni, cerca di forzare la Porta del Sogno per rientrare nel mondo perduto della sua infanzia o in quello parallelo dei sogni. Moderno emulo di eroi come Ulisse, Orfeo ed Enea, Carter dovrà viaggiare attraverso terre immaginarie e affrontare situazioni da incubo fra creature e divinità che metteranno a dura prova il suo corpo e il suo spirito e che agiranno per non fargli recuperare l’età dell’oro della sua esistenza.
Sempre sul fronte delle riscoperte lovecraftiane, la Bur manda in libreria in questi giorni un’edizione integrale, tradotta con cura da Margherita Crepax, di un piccolo classico come Il caso di Charles Dexter Ward (che nel 1963 fu in parte preso a modello da Roger Corman per il film La città dei mostri). È una storia piena di riferimenti esoterici, occultistici e formule magiche e che cita qua e là testi di alchimisti e predicatori, maghi, stregoni, rabbini e studiosi di botanica, ipotizzando che cosa potrebbe succedere se arcane forze malvagie volessero riprendere il dominio sul mondo.
Va però ricordato che Lovecraft non credeva a queste strampalate teorie. «Per tutta la vita - ricorda Valerio Evangelisti nell’introduzione - l’ateo Lovecraft si manifestò scettico nei riguardi dell’occultismo, si alleò all’altrettanto scettico prestidigitatore Houdini per cercare di confutarlo e ammise di conoscere l’esoterismo, usato abbondantemente in campo letterario, solo per via di scorse occasionali e di libri scovati presso rivenditori di seconda mano».
Il plot congegnato da Lovecraft ha al centro il solitario studioso di antichità Charles Dexter Ward. Questi entra in una spirale di follia che prima lo porta al ricovero in ospedale e poi costringerà il suo amico dottor Willard a indagare sugli incubi che lo opprimono. Il caso di Charles Dexter Ward, spiega Evangelisti, «è grosso modo un thriller. I misteri da risolvere sono due, tra loro collegati: perché il giovane Ward paia avere cambiato identità, così da essere scambiato per pazzo, e a quali esperimenti proibiti si sia dedicato. Il primo enigma viene risolto dal lettore minimamente smaliziato ad appena un terzo del romanzo, per quanto il narratore finga a lungo di ritenerlo insolubile. Il secondo mistero, invece, non viene chiarito nemmeno nel finale. È questa seconda soluzione il vero motore della suspense».
Gli orrori di Lovecraft paiono al lettore così reali, inquietanti, palpabili perché nessuna razionalità è in grado di spiegarli. Per giustificarli bisognerebbe far ricorso alla terrificante «teologia» alternativa creata dallo scrittore. Una mitologia fatta di dèi multiformi e crudeli che non accondiscendono a nessun sentimento e aspirazione umana. Divinità delle quali l’uomo preferirebbe provare la non esistenza e che sono spesso «subumani e semi-idioti» ma nonostante questo eterni e onnipotenti, capaci di soggiogare gli uomini costringendoli a essere «fuscelli in balia di forze cieche che prescindono dalla volontà di chi vi è soggetto». Lovecraft crede che la scienza e la razionalità nulla possono contro il caos eterno. Sempre pronto a riplasmare il mondo e a farlo ritornare nella primigenia barbarie.