Lucia Poli esalta una Colette fuori dagli schemi

Vocazione, tormenti, vita e arte della più grande scrittrice francese del secolo scorso. In Chanson Colette, al teatro dell’Angelo fino a domenica, una bravissima Lucia Poli porta in scena il bagaglio di ricordi, aneddoti e scandalose provocazioni di un’artista controcorrente insignita della Legion d’onore e pronta a volare sulle ali del sogno. Colto, raffinato, malinconico e colmo di salutari sberleffi, il testo - scritto dalla Poli con Valeria Moretti - rievoca il periodo magico di Colette attraverso il confronto-scontro con l’amica di quegli anni (l’autoironica e funzionale Renata Zamengo). Sullo sfondo di affettuose cartoline primo Novecento (quelle che la donna inviava alla madre dai suoi tour) che diventano una geografia di sentimenti ecco così un poetico e allegro davanti e dietro le quinte fatto di fatica e solitudine, canzoni e pantomime, miseria e follia. Donna libera, con tre matrimoni alle spalle, ecco Colette al music-hall, in un’alcova, al Moulin Rouge con a fianco la sua amante in un ruolo maschile e affacciata al pallido chiarore di un’alba. Cerone e vocalizzi, ermafroditismo intellettuale («La stretta somiglianza rassicura persino la voluttà») e amori che sfuggono al declino del desiderio, ragioni del cuore e ragion di stato (dalla radio arrivano gli echi della guerra), giochi verbali, malagrazia e travestimenti di anime e corpi in un viaggio di formazione intellettuale e artistica che diventa manifesto di libertà e sfrenata passione. Caustica, moderna e libertina, la Colette di Lucia Poli incanta e seduce con la naturale eleganza e l’affascinante eloquio di un’attrice poliedrica e sensibile capace di irridere e commuovere nel giro di uno sguardo.