Lucia Rodocanachi la signora delle traduzioni

Negli anni Trenta, in una piccola casa rosa che affaccia sul mare di Arenzano, Eugenio Montale, Adriano Grande, Angelo Barile e Camillo Sbarbaro presero l’abitudine di ritrovarsi nel salotto di Lucia Morpurgo Rodocanachi. Lucia, nata a Trieste, aveva sposato il pittore di origine greca Paolo Stamaty Rodocanachi. La coppia, ritiratasi dapprima volontariamente nel paese ligure, e poi rimasta come intrappolata in quel piccolo eden, in un isolamento dovuto sia a motivi topografici sia, di lì a poco, storico-politici, diventarono ben presto gli anfitrioni di un salotto artistico-letterario.
Oltre che dai poeti citati, la casa era frequentata da pittori e artisti, e anche da altri letterati. Vi passarono anche Bobi Bazlen, Carlo Emilio Gadda, Elio Vittorini, Carlo Bo. Nel salotto si parlava di letteratura straniera, per quella sorta di xenofilia tipica degli spiriti liberi negli anni chiusi del Fascismo, come pure si amava riscoprire le coloriture dialettali liguri, bandite dal regime, e gli altrettanto saporosi e a loro modo «controcorrente» piatti della cucina locale.
Il gruppo si riuniva periodicamente. L’elegante padrona di casa, invece, restava nel suo isolamento, tra la cura dell’arredamento e quella del giardino. Poi cominciò a intrattenere fitti rapporti epistolari con gli amici lontani, di cui divenne confidente e consigliera, poi ad accettare incarichi di traduzione a lei «appaltati» da alcuni di loro. Da Vittorini, Gadda e altri. E Lucia scriveva, nell’ingrato ruolo di ghost writer, correggendo e a volte eseguendo intere porzioni di lavoro poi pubblicate a nome degli illustri committenti. Solo nel 1943, grazie all’interessamento dello stesso Vittorini e al sostegno di Sbarbaro, presso Bompiani uscì la prima traduzione a sua firma.
Ora il libro Lucia Rodocanachi. Le carte, la vita (Società Editrice Fiorentina, pagg. 232, euro 14) raccoglie saggi che, partendo dal ricchissimo epistolario oggi conservato alla Biblioteca dell’Università di Genova, restituiscono i complessi rapporti tra la «gentile signora», come usava chiamarla Gadda, e gli amici scrittori. In particolare è proprio grazie alle lettere a Lucia che Franco Contorbia, curatore del volume, ha potuto fare il punto sull’identità della misteriosa donna che compare in alcune poesie delle Occasioni montaliane, in particolare nel secondo e terzo Mottetto, quella Maria Rosa Solari con cui viene a volte a confondersi la figura solare di Clizia.