Luigi XIV, una star di prima grandezza

Luigi XIV fu un precursore mediatico, un guru dell’immagine piedistallo del trono. Il suo titolo più caro, Le Roi Soleil (anche Louis le Grand e Dieudonné, «dono di Dio» non erano male) esprimeva l’idea che, ai vertici, essere e apparire sono un potente amalgama politico. Diventa basilare farsi sempre vedere, abbacinare illusionisticamente, come nella galleria degli specchi a Versailles, che i diplomatici stranieri percorrevano per arrivare al soglio regale, con la statura del re, non eccelsa, magnificata dai superbi monitor.
È una delle tesi centrali del didascalico La presa del potere da parte di Luigi XIV, di Roberto Rossellini (1966, per il piccolo schermo, prodotto dalla Tv francese), capitolo forte dell’enciclopedia di celluloide progettata dal cineasta, qui sorretto dal puntiglio di Philippe Erlanger, massimo storico della Grandeur. Il film si apre con la morte del cardinale Mazarino, nel 1661, e si snoda con l’inarrestabile costruzione del métier de roi, professionista del simbolo, magnete di ogni sacralizzato cerimoniale nella Disneyland di Versailles, zoo magistrale in cui la nobiltà non ha modo di pensare alle Fronde, perché deve orientarsi come una massa di manichini figuranti ai riti del risveglio, il lever du roi, o del pasto, officiato con portate a due cifre come su una pubblica ara.
Il tema del cibo domina anche nel magnifico Vatel (produzione franco-britannica a firma di Roland Joffé, 1999) che rievoca quel drammatico fine settimana del 1671, in cui lo sventurato maestro di cerimonie del principe di Condé, François Vatel (corpacciuto e tenerissimo Depardieu), ebbe l’incarico di intrattenere il Re Sole e la sua devastante brigata nel castello di Chantilly (culla della celebre crema, inventata per l’occasione, a sopperire la mancanza di uova). Fiction e realtà storica s’impastano. Personaggi ed eventi sono autentici. La sceneggiatura è una pagina di diario della marchesa di Sévigné, che fu della partita, e ci illustra come, a quell’epoca, le sorti di un regno e le politiche continentali si mescolavano alle magie culinarie di un creativo che, sulla scia rinascimentale (quando le feste erano firmate da Leonardo da Vinci), ambienta le cene in un set esotico, pirotecnico, in un circo del ghiaccio, salvo suicidarsi perché l’arrosto scarseggia e la bufera ritarda la fornitura di triglie.
Tra un azzardo al tavolo verde e le scorribande alle alcove, il Re Sole decreta una guerra ai Paesi Bassi, mentre l’economo Colbert annichila i creditori e tiene sulla corda l’ambizioso generale Condé, ai ferri corti con Luigi. L’immagine (sdoppiata) ispira il filone avventuroso dell’«uomo dalla maschera di ferro», presente sugli schermi dal 1929 (Douglas Fairbanks nella parte del moschettiere d’Artagnan), fino al colossal del 1998 (regia di Randall Wallace, con il bel Leo di Caprio che si aggiudica il Razzie Awards, l’Oscar per la peggiore doppia interpretazione, Luigi XIV e Filippo, il gemello incarcerato). L’ipotesi narrativa è che Anna d’Austria, dopo 23 anni di sterilità, abbia un parto doppio, ma Luigi XIII, temendo le future rivalità fra i due eredi, identici, ne segrega uno per ragion di Stato, celandone l’identità con un bavaglio metallico.
La matrice letteraria è nel romanzone storico Il Visconte di Bragelonne, 1850, di Alexandre Dumas, epilogo de I tre moschettieri e Vent’anni dopo. Il Re Sole, donnaiolo senza freni, si accaparra la signorina de la Vallière (un’amante storica), fidanzata di Raoul, figlio di Athos e visconte di Bragelonne, mandato al massacro in battaglia. È la fine del sodalizio tra i mitici spadaccini perché d’Artagnan, in carriera militare, resta fedele al Re, ma Aramis, da fiorettista a maestro gesuita, intriga con l’inacidito Athos per fare le scarpe a Luigi, sostituendolo con il gemello segreto.
Ancora storie di donne nella saga di Angelica, marchesa alla corte di Luigi XIV, cinque film per le grazie di Michéle Mercier, una rutilante Dynasty di inizio ’700.