L'ultima lettera di Benito a Claretta Petacci: "Posso ancora mediare"

<em>L’ultima lettera di Benito </em>(Mondadori) raccoglie materiale edito e inedito del Fondo Petacci, approdato
all’Archivio centrale dello Stato dopo molte traversie anche giudiziarie

«Tanto per cominciare si chiama Clara, non Claretta. Clara lei si fa chiamare. Così la chiama Mussolini nelle oltre trecento lettere che le scrive durante i circa seicento giorni di Salò». Questo l’incipit del saggio L’ultima lettera di Benito (Mondadori, pagg. 226, euro 19,50) che Pasquale Chessa e Barbara Raggi hanno dedicato all’estremo epistolario d’una coppia tragica.

Il libro raccoglie materiale edito e inedito del Fondo Petacci, approdato all’Archivio centrale dello Stato dopo molte traversie anche giudiziarie. Renzo De Felice non ebbe la possibilità, ed è un peccato, di attingere a queste carte: che sono insieme una duplice, suggestiva confessione intima e un raggio di luce sugli intrighi tessuti, nel rifugio del Garda, attorno all’ex uomo della Provvidenza. La Petacci esprime i suoi pensieri e le sue passioni in misura fluviale e con ortografia e sintassi non sempre impeccabili. Lui, il Duce, è più asciutto ma spesso non meno dolce e appassionato. L’ultima lettera cui si riferisce il titolo del volume fu scritta nella villa delle Orsoline, a Gargnano, il 18 aprile del 1945. Tutto precipitava, mancavano pochi giorni a piazzale Loreto, ma Mussolini, che pure ne era consapevole, vagheggiava vie d’uscita. Il combattere fino all’ultimo era solo un’opzione, lo spavaldo realista d’un tempo si nutriva ormai d’illusioni disperate. Svanita la speranza d’un volo in Spagna e d’un espatrio in Svizzera, riteneva di poter ancora essere mediatore, di poter promuovere una grande alleanza anticomunista cui gli angloamericani dovevano dare il loro consenso.

Dunque il 18 aprile, un mercoledì, alla vigilia della partenza per Milano da dove muoverà verso Dongo, Ben - questo il nomignolo che Claretta o Clara usava - vergò con la sua scrittura ferma le righe desolate in cui comunicava che Franco proibiva l’atterraggio in Spagna. «Questa ingratissima notizia aggiunge un altro motivo a quelli che mi sollecitano per andare a Milano per agire sul piano politico». La conclusione: «Arrivederci in qualche modo a Milano. Spero di poter tornare qui. Ti abbraccio». La relazione tra la «favorita» e il Duce - lo era in quel momento - sembrava definitivamente finita il 30 giugno 1943. Sullo scrittoio di Mussolini si erano riversate notizie e pettegolezzi che infamavano Clara e i suoi familiari, e Mussolini - irresoluto come spesso gli accadeva - aveva deciso di estromettere Clara dalla sua vita. Le era stato perfino negato il «passi» per accedere alle segrete stanze di Palazzo Venezia, e le innumerevoli supplicanti missive di lei erano rimaste senza risposta. Il 20 luglio, cinque giorni soltanto prima della fatale seduta del Gran Consiglio, Clara - un classico delle vicende amorose - aveva minacciato il suicidio. «Fra pianti e sospiri viene sancita la pace. Troppo tardi. Proprio il 25 luglio lei gli scrive mettendolo in guardia contro i traditori. Lui le telefona la notte. Poi la catastrofe, l’arresto, le prigionie parallele». L’amante del Duce è stata arrestata durante l’interregno badogliano, e sempre rievocherà il suo «martirio».

Benito e Clara si rivedono per la prima volta il 28 ottobre 1943. Lei vuole essergli vicina, le troveranno una sistemazione non lontano dalla villa Feltrinelli dove lui finge d’essere tuttora un Capo di Stato. Le lettere sono un lungo racconto, a volte struggente, a volte patetico, a volte cupo, del soggiorno dei due nell’esilio lacustre. Lì si sono formati due clan, l’uno di Rachele, del figlio Vittorio e di altri Mussolini, l’altro di Clara e dei suoi congiunti e protettori. Sono note le incursioni di Rachele nel buen retiro della rivale. Quel simulacro di potenza che è ormai Mussolini viene conteso con accanimento. Eppure Ben confessa: «Tu dimentichi che io sono ora praticamente inesistente. Che la mia autorità è nulla. Il mio potere, zero. Tua madre ha detto l’altra sera una verità sacrosanta, e cioè che tutti sono contro. Tu dividi con me il privilegio dell’odio universale, cioè fascisti, antifascisti, indifferenti».

La più forte sembra lei, fascista fino al midollo, inguaribilmente presa dall’uomo e dalla sua «mistica», decisa a non mollare. Questa fedeltà le costerà la vita. Era, anche in quella tempesta tremenda, gelosa. Il grande amatore disilluso e stanco non si fa mancare, neppure in quell’epilogo tenebroso, qualche incontro ravvicinato con vecchie fiamme, qualche fugace sussulto d’amore mercenario. Clara esce tutto sommato nobilitata da questi documenti. Ha amato perdutamente Ben, ha amato perdutamente il fascismo. Pagherà per questo un prezzo ingiusto, che tuttavia storicamente la riabilita. Non una sciocchina infatuata, ma una vera donna.