«Lumi» e ombre sotto la lente della nostra storia

Chi legge questo articolo sappia che, se può farlo, buona parte del merito storico va alle gazzette, settecenteschi prototipi della stampa quotidiana.
La prima in Italia fu quella di Parma, 1735, dalla tipografia di Bodoni. Già Gasparo Gozzi, nel primo editoriale della sua Gazzetta veneta, 1760, si arrovellava sul nome: dalla monetina da due soldi coniata a Venezia nel 1539 (diminutivo del bizantino gaza, «tesoro»), o perché il fruscio delle giornaliere quisquilie ricorda il ciarlare della gazza? Nel 1711 usciva a Londra The Spectator, scandalistico, mentre per il compassato e politico The Times bisogna aspettare il 1788. A Milano, i fratelli Verri mandavano in edicola ogni dieci giorni Il Caffè, 1764, un malloppo che mescolava nelle sue colonne la pragmaticità lombarda alle folgorazioni d’Oltralpe, vantava tra i corsivisti Cesare Beccaria (Dei delitti e delle pene, manifesto di abolizionismo della pena capitale) e, soprattutto, metteva in testata un ambiente, il caffè, inteso come luminoso teatrino di discussioni e polemiche, che è uno dei frutti prelibati di questo secolo frizzante: qualcuno lo ha definito della «sociabilità», humus dell’«opinione pubblica», immateriale, ma vigoroso antidoto ai principi di autorità, ai dogmi, alle odiose contraddizioni del regime antico.
A livelli alti, una sferzata veniva dalle Accademie, tipiche del Settecento. Se si pensa che quella Reale delle Scienze di Stoccolma (con adepti del calibro di Linneo) sorta nel 1739, assegna ancora oggi i Nobel per Chimica e Fisica, e la Svedese, fondata da Gustavo III nel 1786, insignisce i grandi della Letteratura, capiamo i legami con quell’epoca, l’alba della modernità.
Quando ne inseriamo una a bottone nell’orologio al quarzo, o un’alcalina nel lettore CD, ricordiamoci che Volta brevettò la prima pila a dischi nel 1799. Se nel nostro scaffale campeggia l’enciclopedia (anche nel Dvd multimediale, ma il format è quello), è perché Diderot diede corpo alla splendida utopia di un dizionario (raisonné, pilotato dalla ragione) delle scienze, delle arti e dei mestieri, l’Encyclopédie, dal 1751, concepito per mutare il modo di pensare comune, potenziato da undici volumi di planches, «tavole», modello di ogni futura didattica divulgativa. Per assaporarne l’attualità, basta una voce, Épingle («Spillo»), a firma di Deleyre, che ad Adam Smith, teorico della ricchezza delle nazioni, ispirò l’analisi della divisione del lavoro, dal blocco di materiale in miniera all’umile sbarretta d’acciaio nel puntaspilli della massaia.
Erano i «lumi» che si accendevano impetuosi nelle città capitali dell’Europa, Parigi, Vienna, ma anche San Pietroburgo, un avamposto creato nel 1703 sul nulla del Baltico da Pietro I il Grande, con il progetto di sradicare la Russia dalla preistoria. Se di un leader, di un politico, di un intellettuale diciamo è un «illuminato», perché osa uscire dal trito (non alla carlona, ma con passi in equilibrio tra razionalità, sperimentazione e verifica critica), la radice è nell’Illuminismo, lo spirito culturale che rischiarò il secolo, e consente ai manuali di Storia di aprire da quel punto il discorso sull’età moderna.
Con tutte le ombre del caso. Che non furono soltanto le pesanti inerzie di un buio anteriore (il sistema feudale prosperò a lungo; la campagna, con le sue arretratezze, assommava all’80 per cento della realtà sociale; il popolano non degustava le arguzie dei caffè o delle gazzette; si delineò, nella politica di vertice, il paradosso di un dispotismo che per arroccarsi più al sicuro scelse la strada di un centralismo molto poco riformatore, con il lustrino di illuminato), ma l’aggravarsi di certe piaghe di sempre. Si attenuarono le epidemie, e la morte nera, cupo vessillo del medioevo, scomparve.
La guerra, però, divenne permanente, almeno fino a quella detta «dei sette anni» (1756-1763), passando attraverso l’inedito stampo dei conflitti dinastici (successione spagnola, dal 1700 al ’14; polacca, dal 1733 al ’38; austriaca, dal 1740 al ’48), con cui Stati emergenti, Francia, Austria, Russia e la più nerboruta di tutte, la Prussia di Federico II, inghiottivano i brandelli delle potenze al lumicino, come la Spagna, o di fragili paradisi, come l’Italia. Dai grovigli di alleanze, dai giochi diplomatici a due o tre tavoli, si avvantaggiava l’Inghilterra, che trasformava l’isolamento in dominio delle onde, lucrando colonie e imprese commerciali ai quattro angoli del globo.
Le battaglie diventarono carnai. In quella di Malplaquet, 1709, la più cruenta, caddero in più di trentamila. Perché l’illuminismo perfezionava anche l’attrezzatura di sterminio. Il capitano di ventura, il romantico mercenario avevano fatto il loro tempo. La fanteria (la «regina delle battaglie») offriva le sue colonne alla fucileria e alla mitraglia di soldati pronti a esplodere quattro colpi di moschetto al minuto, anche se per aprire la cartuccia bisognava ancora morderla. Al comando della divisione (fanteria, artiglieria e cavalleria integrate) non c’era più il nobile, fiero del pennacchio cavalleresco, ma il generale, abile con il compasso e il cronometro, sublimati alla fine da Napoleone: marcia ordinaria, 76 passi al minuto, carica, 120 passi, combattenti come automi, il Kantonist prussiano che alla leva deve misurare 1,78 metri di altezza.
È settecentesca la magnifica figura del marinaio illuminato, dell’esploratore. I naviganti, Bouganville, Cook, Pallas, La Condamine non impugnano più solo la spada per abbattere corpi e la croce per evangelizzare anime. L’intento, certo, rimane di riportare dai nuovi mondi possessi territoriali e i profitti del commercio, ma anche una conoscenza globale, erbe, fiori, piante, animali, tipi umani, che forniranno allo scienziato i tasselli mancanti al catalogo della natura. Affidando a Lapérouse l’incarico di esplorare dall’Alaska alla Cina, Luigi XVI gli raccomanda di non ricorrere alle armi se non in caso estremo. Questo è parlare da sovrano illuminato.
Bisogna scoprire tutti i lati di questo secolo straordinario per riconoscere il piedistallo del nostro oggi.