Una lunga lettera una lunga amicizia e una fine segnata

È il 21 giugno 1947 quando Giovanni Papini scrive una lunga lettera a Enrico e Piero Vallecchi. È il momento di maggiore difficoltà della casa editrice. Il padre Attilio è morto da un anno, a guerra da poco finita: la galera, un duro processo per collaborazionismo (accusa da cui fu assolto), la tipografia sotto sequestro, hanno stroncato il cuore dell’editore avanguardista, animatore di una stagione della cultura fiorentina che non è retorica definire stupefacente.
Attilio aveva iniziato nel 1913 quando, da tipografo illetterato che stampava biglietti da visita e moduli per fatture, decise di diventare editore pubblicando la rivista progettata da una banda di scapestrati guidati da Giovanni Papini e Ardengo Soffici. La rivista si chiamava Lacerba. Sul primo numero presentava il programma: «Sarà questo un foglio urtante, spiacevole e personale... Sappiamo troppo, comprendiamo troppo, siamo a un bivio. O ammazzarsi, o combattere, ridere, cantare. Scegliamo questa via, per ora». Il tipografo Attilio aveva un fiuto da rabdomante e dette credito a Papini e Soffici i quali, in cerca dello stampatore più economico possibile, erano capitati per caso nella sua tipografia, scelta per l’aspetto dimesso e per l’uscio che sembrava quello di uno sgabuzzino. Era l’ingresso delle squallide stanze di Via Nazionale 20, un indirizzo divenuto mitico, come l’altro, Viale dei Mille 90, dove i Vallecchi si spostarono quando i cinque operai iniziali divennero qualche centinaio. Sempre più grandi, ricchi e famosi.
Da allora fu un successo dietro l’altro, mentre nel 1919 entrava in ditta, a 17 anni, Enrico, il figlio maggiore. Alvaro, Cardarelli, Ungaretti, Palazzeschi, Campana: il meglio della letteratura passava sotto i loro torchi. Nel 1921 arrivò la Storia di Cristo di Papini, bestseller mondiale, tradotto in 33 lingue. Tra le due guerre fu la volta di Mino Maccari con Il Selvaggio, poi di Betocchi e Bargellini con Frontespizio. E poi la nuova generazione degli ermetici fiorentini, Gatto, Luzi, Bilenchi, Bo. Il 1934 fu l’anno de Le sorelle Materassi di Palazzeschi, che Gide definì «il più bel romanzo di questo secolo».
Ma ora siamo nel 1947, e il 1913 sembra lontano un secolo. La guerra finita malamente, gli autori dispersi o latitanti, in fuga verso lidi economicamente e politicamente più sicuri. La formidabile stagione editoriale della «Vallecchi Editore Firenze» stava lasciando il passo ad altri anni, diversamente formidabili. La parabola discendente della Vallecchi inizia nel secondo dopoguerra e rispecchia in modo quasi simbolico i profondi mutamenti della letteratura e del mondo culturale.
Quindi la lettera di Papini che qui a lato pubblichiamo è da leggersi con ancora più gusto. Perché è assolutamente genuina e piena di spunti interessanti per capire come quegli anni siano stati veramente di cesura tra due mondi. Da una parte il mondo di Attilio Vallecchi, l’editore gentiluomo, l’amico dei suoi autori e dei poeti che pubblica per amore dell’arte e per passione. Dall’altra l’incalzante mondo del boom industriale, dell’editoria commerciale che strappa alla Vallecchi gli autori, anche i più fedeli, che deve produrre e deve guadagnare, l’editoria del marketing e della pubblicità, delle librerie e delle fiere librarie. Insomma, in due parole: l’editoria moderna. Della quale, nel «Memorandum» di Papini, ci sono in sintesi i punti chiave. Papini, quasi settantenne, vede le cose molto lucidamente (specialmente le voci sulla pubblicità, i librai, la necessità di un catalogo).
Se i fratelli Vallecchi (e soprattutto Enrico, perché Piero non si occupò mai sul serio della ditta) avessero seguito i consigli dell’amico, la Vallecchi avrebbe avuto un destino diverso? Forse no. Anzi, certamente no. Perché la sorte della Vallecchi era legata a doppio filo alla sorte di Firenze, che da centro d’attrazione culturale europeo e città intellettualmente più vitale d’Italia, nel 1947 ha già imboccato la via del non ritorno verso il mercato del turista e del cappello di paglia.
E così era inevitabile che di lì a poco, a metà degli anni Cinquanta, i Vallecchi fossero costretti a cedere alla Montedison. Schiacciato dalle logiche del moderno management, Enrico lasciò definitivamente nel 1964, per ritirarsi nell’editoria di nicchia (caccia e pesca con l’Editoriale Olimpia). Nel 1983, passati gli ottant’anni, «per puntiglio» riuscì a ricomprare la casa editrice, ma l’avventura non era destinata ad avere miglior fortuna.
E allora concludiamo con questo scambio di lettere tra Attilio Vallecchi e Giovanni Papini, che sembra una corrispondenza di giovani innamorati, più che di signori sessantenni. «Se non ti avessi conosciuto - scrive Attilio il 9 gennaio 1941 - non sarei diventato editore, caro Papini. (...) Io ti ringrazio Giovanni, ti ringrazio dal profondo del cuore. Tu mi hai fatto rinunziare a cose riposanti ma mi hai offerto il modo di vivere in un mondo più grande e più bello». E Papini risponde: «Se tu non fossi divenuto per mia colpa (o merito), editore, non avresti sofferto, patito, faticato tanto. Era meglio, dunque, che tu fossi rimasto un semplice (seppure milionario) stampatore? Ti chiedo perdono, dunque, di essere stato il serpente tentatore che ha fatto di te il più ardito, aggiornato, liberale, giovane editore italiano».