La lunga marcia di Ruggero II

Palermo, chiesa della Martorana. Un mosaico rappresenta il Cristo nell’atto di porre sulla testa di Ruggero II il kamaleutikon, copricapo di origine bizantina chiamato a ornare i re di Sicilia. Nella basilica di Bari, è il patrono san Nicola a incoronare il sovrano. Quasi una beatificazione, per il fondatore della superpotenza normanna nell’Italia del Sud.
E dire che il tutto era avvenuto in poco più d’un secolo e mezzo, a partire dai dintorni dell’anno Mille. «Ai confini della Francia», ci narra l’abate Amato di Montecassino, risiedeva «una moltitudine di popolazioni, gente forte e vigorosa che, originariamente, viveva in un’isola denominata Nora. Perciò, furono chiamati Normanni, ossia uomini della Nora. Questa moltitudine di popoli crebbe a tal punto che né i campi né i boschi riuscivano a procurare a tutti il necessario per vivere. Così si dispersero qua e là in diverse parti del mondo, in vari paesi e contrade», offrendo cavalli e spadoni a destra e a manca. Nel Mezzogiorno, avevano trovato un terreno molto fertile.
Il primo clan a insediarsi era stato quello dei Dregont, allontanato dal Lionese a causa di una faida. In capo a pochi anni, grazie all’astuzia senza scrupoli di Rainulfo, si erano insediati ad Aversa. E poi, con accortezza un poco malandrina e un disinvolto gioco di alleanze, si erano infilati nei dissidi tra i ducati longobardi, Bisanzio, il papato, l’Impero e avevano menato le mani ora con l’uno, ora con l’altro. Spalleggiati da nuove famiglie attratte dalle fertili terre del Tavoliere, tra cui quella degli Altavilla, destinata allo scettro, i Normanni si mangiarono un pezzo alla volta le Puglie, la Calabria e la perla delle perle, la Sicilia strappata ai Musulmani, dilagarono in Dalmazia scontrandosi con la nascente potenza veneta, giunsero nell’Africa del Nord rinverdendo, per breve tempo, gli antichi fasti del «mare nostrum» romano.
Pierre Aubé traccia in Ruggero II l’affresco magistrale di un’epoca. Anzi, di un’epopea. Tale si può infatti definire la marcia dei normanni verso il potere nel Mezzogiorno d’Italia e oltre. Dai primi insediamenti dei cadetti delle prolifiche famiglie installatesi su in Francia (gli juvenes così ben descritti da un altro grande della storiografia d’Oltralpe, George Duby) in quel di Aversa e Melfi, alle imprese dei due formidabili fratelli Roberto il Guiscardo (l’astuto), duca di Puglia e di Calabria, e Ruggero I, il «Gran Conte» di Sicilia e Calabria, fino a Ruggero II, l’unificatore dei due potentati su cui Aubé punta il suo attento riflettore.
Un grande. Astuzia, talento militare, mecenatismo e, al pari dei suoi predecessori, tolleranza. Secondo lo storico arabo Ibn al Athir, «Ruggero il Normanno è il re di tutti, in quanto amava e si impegnava a migliorare lo status dei suoi sudditi e in particolare rispettava i Musulmani e intratteneva con loro eccellenti rapporti. E in pari misura i Musulmani amavano quel loro sovrano». Per non dire degli ebrei, dei greci e di tutti gli altri segmenti dello straordinario melting pot della Sicilia medioevale.
Figlio di Ruggero, fino al 1113 sotto la reggenza della madre, Adelaide, perseguì alla morte senza eredi del cugino Guglielmo, duca di Puglia, il progetto di unificare tutti i domini normanni d’Italia. E ci riuscì. Volenti o nolenti papi e baroni. Riconosciuto duca di Puglia da papa Onorio II a Benevento, nel 1128, alla morte del pontefice fu incoronato a Palermo, il 25 dicembre 1130, re di Sicilia e degli Stati principeschi di Puglia, Calabria e Capua. Ruggero II fece dei suoi dominî uno degli stati più potenti e meglio ordinati d’Europa, anche grazie alle Assise del Regno di Sicilia, date ad Ariano nel 1140, che regolavano l’organizzazione di un moderno stato accentrata intorno alla curia regis. Un unicum. Surclassato solo da un nipote che mai conobbe, come del resto non conobbe la figlia, la dantesca «gran Costanza» andata in sposa all’imperatore Enrico IV di Hohenstaufen. Il nipote? Federico II di Svevia, lo «stupor mundi».
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