La lunga retromarcia, ora la Cina crea i borghesi

I regimi comunisti, e i loro ammiratori in Occidente, hanno sempre avuto un odioso nemico da combattere: il borghese, baluardo della libertà individuale e motore del capitalismo.
Fa quindi impressione apprendere che la Cina ne prova nostalgia. Al punto di aver deciso, dopo averla spazzata via, di crearne una nuova di zecca. L’Assemblea Nazionale del Popolo, cioè il Parlamento cinese, ha varato un pacchetto di riforme volte a modificare la distribuzione del reddito. Al fine, appunto, di tenere presto a battesimo una vasta classe media. Una misura senz’altro dettata anche dalla necessità di ridurre la distanza fra ricchi (ricchissimi) e poveri (poverissimi). La Banca Asiatica di Sviluppo crede nel successo dell’operazione e ha diffuso un rapporto in cui sostiene che la Cina (insieme con l’India) contribuirà in misura decisiva alla crescita della classe media asiatica. Entro il 2020 sarà composta da 800 milioni di persone. Le stime relative alla sola Cina parlano chiaro: il 63 per cento degli abitanti è al di sopra della soglia di povertà e nei prossimi anni migliorerà le sue condizioni fino a diventare un esercito di potenziali consumatori, che darà ulteriore sviluppo all’economia.
Dopo la Lunga Marcia verso il socialismo proletario, i cinesi innestano quindi la Lesta Retromarcia. Dopo la presa del potere nel 1949, Mao Ze Dong contrapponeva la concezione proletaria del mondo a quella borghese. Alla fine degli anni Cinquanta riteneva che la sfida fosse ancora aperta e invitava a «condurre una lunga lotta contro l’ideologia borghese e piccolo-borghese». Lotta ideologica: «Tutte le idee erronee, tutte le erbe velenose, tutti i mostri devono essere criticati, e non bisogna mai lasciare loro campo libero. Ma questa critica deve essere pienamente ragionata, deve essere analitica e convincente, e non brutale, burocratica, metafisica o dogmatica».
Nel decennio successivo l’analisi «non brutale» e «ragionata» lasciò spazio alla violenza della Rivoluzione culturale. Obiettivo iniziale: fare piazza pulita degli oppositori interni al partito, accusati di «imborghesimento». Obiettivo finale: spazzare via intere classi sociali compromesse col «vecchiume». Professori, ingegneri, professionisti, piccoli dirigenti finirono a spazzare le strade, dopo essere stati umiliati dalle Guardie Rosse. Questi furono i più fortunati. Molti presero la strada, spesso senza ritorno, dei laogai (i gulag sovietici made in China). Botte, fame, lavoro forzato. Morte. O ritorno in città da superstiti senza diritti.
A quell’epoca la Cina era molto vicina all’Italia. Paolo Flores D’Arcais descriveva Shangai come una città «celeste edificata con i materiali della fantasia» e in molti volarono in Cina per tornarne incantati: Antonioni, Capanna, Moravia, Sofri... Dario Fo era entusiasta del Grande Timoniere. Sventolavono il libretto rosso Marco Bellocchio, Renato Mannheimer, Paola Pitagora, Michele Santoro e mille altri. Oggi sono tutti quanti rientrati nei ranghi della borghesia, anche se qualcuno di loro probabilmente si immagina ancora nei panni del rivoluzionario, eppure in quei decenni ce l’avevano coi borghesi.
Niente di strano. Il borghese, come insegna Sergio Ricossa, è il tipo umano più denigrato della storia. I rivoluzionari di ogni colore (rosso e nero) lo disprezzano e non vedono l’ora di scavargli la fossa. È il rappresentante numero uno del nemico numero uno: il capitalismo, fonte di ogni ingiustizia sociale, infernale negazione dell’uguaglianza. Poeti e artisti fanno da sempre a gara per dileggiarlo in quanto essere ottuso e conservatore.
Ma sarò poi vero che il borghese, in quelle sue tristi villette a schiera che gli vengono rimproverate, è lontano del popolo? I nemici della borghesia, tra cui spicca in Occidente l’intellettuale di sinistra, «amano il popolo come astrazione, lo detestano probabilmente come insieme di persone vive, e cioè rumorose, sudate, invadenti, volgari. Il popolo vivo sembra sopportabile solo se lo si guarda dall’alto di un palco ben isolato ed elevato. Irreggimentare il popolo, metterlo in fila, comandarlo, tutelarlo anche, ma come si tutelano i minori, finalmente farsi applaudire dal popolo» (Sergio Ricossa, Straborghese). Il borghese invece «è ancora nel popolo o ne è appena “emerso” e non lo rinnega. Il populismo dell’intellettuale di “sinistra” non è segno di origine popolare, è segno del contrario» (ancora Ricossa).
La borghesia è concreta. Intraprendente. Modernizzatrice. Il suo slogan è: «Che vinca il migliore». Non se ne può proprio fare a meno. I cinesi lo hanno capito. Meglio tardi che mai.