Lutz, il Perlasca elvetico eroe dimenticato da tutti

Ricostruita in un libro la storia del diplomatico che a Budapest salvò 62mila ebrei. Osteggiato da Berna, fu riabilitato nel 1995

Elisabetta Pisa

È il Perlasca svizzero, lo Schindler elvetico. Ma in patria è pressoché uno sconosciuto. Ancora oggi pochi sanno che Carl Lutz, viceconsole in Ungheria, salvò 62mila ebrei: erano destinati a salire sui treni della morte e a raggiungere i campi di sterminio. Ma lui, un mite diplomatico elvetico, sordo ai numerosi richiami di Berna che temeva un incidente diplomatico con Berlino, li strappò alla deportazione organizzata da Adolf Eichmann.
Inventò le «lettere di protezione», un metodo utilizzato poi dalla diplomazia di altri Paesi, e ottenne lo statuto di extraterritorialità per 72 palazzi di Budapest, dove trovarono rifugio decine di migliaia di ebrei. In altre parole, insieme alla moglie Gertrud, architettò un’efficace sistema per salvare quante più vite fosse possibile, mettendo a rischio la propria. Qualcuno pensò di far fuori questo vice-console scomodo, che stava mettendo i bastoni tra le ruote agli ufficiali nazisti in Ungheria. Ma per fortuna il via libera da Berlino non arrivò mai.
È questa, in sintesi, la vicenda di un eroe dimenticato: una volta tornato in patria dopo la fine della seconda guerra mondiale, le autorità elvetiche aprirono un’inchiesta. Nessun ringraziamento, anzi. Fu messo sotto accusa per il suo operato che era andato al di là delle sue competenze. Solo nel 1995, a venti anni dalla sua morte, il governo elvetico riconobbe pubblicamente i suoi meriti, mentre Israele già nel 1965 lo aveva proclamato uno dei Giusti e gli aveva dedicato una strada ad Haifa. Una storia intensa e amara, quella di Lutz, ricostruita nel libro La casa di vetro di Theo Tschuy, pubblicato da Rezzonico Editore. Si tratta della versione italiana, curata da Aldo Sofia - giornalista della Televisione della Svizzera italiana, che sull’argomento ha realizzato un documentario con Enrico Pasotti – del libro uscito in inglese nel 2000.
Il volume è stato presentato al Centro svizzero di via Palestro a Milano per far conoscere anche al pubblico italiano un capitolo di storia, riportato alla luce da Tschuy, teologo e giornalista. Fu Simon Wiesental, che ha scritto tra l’altro la prefazione, a incoraggiarlo a raccogliere in un libro le sue ricerche storiche. Cinque anni fa è uscita la versione inglese, utilizzata come testo di studio nelle scuole del Missouri, a dimostrazione del fatto che Lutz è più noto negli Stati Uniti che in Svizzera. Pagine che descrivono la storia, raccontata come un romanzo, di un diplomatico appenzellese, penultimo di 11 figli, cresciuto in una famiglia povera.
Niente del suo temperamento faceva presagire quello di cui, poi, fu capace. Fino al 19 marzo del 1944, giorno dell’occupazione tedesca dell’Ungheria, Lutz aveva già aiutato 10mila ebrei a raggiungere la Terra Santa. Da quel momento tutto fu più difficile. Le frontiere si chiusero. Ma erano ancora ottomila gli ebrei candidati all’emigrazione, registrati dalla Svizzera. Lutz ottenne il permesso dai tedeschi per far partire quel gruppo. Ma il lavoro del diplomatico non poteva fermarsi lì. Ormai a Budapest si era sparsa la voce di quel viceconsole svizzero che aiutava gli ebrei. L’ambasciata elvetica era letteralmente assediata da persone in cerca di protezione. Di nascosto Lutz continuò a rilasciare lettere, che mettevano sotto la tutela del governo elvetico chi le possedeva, sottraendo gli ebrei alle persecuzioni delle truppe di occupazioni tedesche e delle Croci Frecciate, i nazisti ungheresi. Il numero dei documenti rilasciati andò oltre la quota fissata con i tedeschi. «Ottomila non era il numero di persone, ma di famiglie», protestava il viceconsole di fronte a un Eichmann infastidito, con cui s’incontrava regolarmente.
«Lutz dovette affrontare lo stesso percorso e le stesse difficoltà di Perlasca», dice Alberto Negrin, regista del film Giorgio Perlasca, un eroe italiano. In più il viceconsole dovette combattere anche con Berna. Durante la guerra e dopo. «Quando ci sono tante nazioni che violano le leggi allo scopo di uccidere, a maggior ragione c’è bisogno di una nazione che viola le leggi per salvare delle vite umane» rispose Lutz a chi lo mise sotto accusa al suo ritorno da Budapest. Un’inchiesta che peraltro si chiuse senza conseguenze. «Lutz è stato un disobbediente - commenta Sofia -. Tutti noi adesso abbiamo un dovere di memoria».
e.pisa@tiscali.it