Il made in Italy alimentare? Poca tradizione, molto marketing

In anni in cui il settore agroindustriale nostrano punta tutto sul chilometro zero e sulle tipicità della produzione, suona come una profanazione il libro «Denominazione di origine inventata» (Mondadori) di Alberto Grandi, professore di storia delle imprese all'università di Parma, tra le capitali della Food valley di casa nostra. Sottotitolo: «Le bugie del marketing sui prodotti tipici italiani». La tesi del volume demolisce l'architettura su cui si fonda l'industria alimentare: le grandi aziende note in tutto il mondo, la miriade di piccole e qualificatissime imprese artigiane, le migliaia di coltivatori, gli sforzi per tutelare in tutto il mondo il made in Italy alimentare.

Parmigiano reggiano, prosciutto di Parma, pasta di grano duro e altre tipicità sarebbero frutto non di una maestria artigianale nella produzione, di un territorio unico e di una tradizione di biodiversità che tutto il mondo ci invidia e cerca di copiare, ma di una serie di operazioni di marketing, magari non inventate a tavolino ma che hanno amplificato qualità di cibi che non avrebbero in realtà nulla di particolare. Il tutto a favore delle grandi imprese del settore, quelle sì capaci di organizzare campagne promozionali e di costruire attorno a certi presidi alimentari un credito e un consenso artificioso con la complicità dei consorzi di tutela.

Alcuni esempi? Il lardo di Colonnata: secondo Grandi non esistono documenti storici che attestino particolari tipicità legate alla cura del grasso di maiale nelle conche di marmo toscano. Il prosciutto di Parma: la sua notorietà è cresciuta nella seconda metà del Novecento, non prima. La pasta: buona parte del grano duro considerato tipico delle nostre campagne viene dall'Africa. Grandi demolisce il panettone lombardo, il cioccolato di Perugia, i pomodori di Pachino. E naturalmente la mozzarella di bufala campana. Tutte bufale?