Il Maestro e l’Attrice: un amore impossibile

Il Maestro e la sua Attrice: poche volte si sono visti due artisti complementari come Luigi Pirandello e Marta Abba. Lo scrittore era alla ricerca di un'interprete che sapesse recitare le sue difficili commedie, ancora poco apprezzate dal grande pubblico, e fosse libera dai canoni di recitazione convenzionali, un personaggio da plasmare, «in cerca di autore». L'attrice aveva iniziato a calcare le scene giovanissima, mostrando talento e un carattere indipendente, ed era alla ricerca di una sua personale cifra stilistica. Si incontrano nel 1925. Lui, ormai vicino alla sessantina, è uno scrittore affermato sulla scena internazionale, uno che conta nel teatro italiano, ma ha alle spalle una dolorosa situazione familiare; lei, 25 anni, alta e slanciata, con uno sguardo penetrante e i capelli castani ramati, ha una bellezza quasi androgina diversa dalle altre attrici e un grande carisma sulla scena. La scintilla scocca subito e segna l'inizio di un'amicizia personale e una collaborazione artistica che non conosceranno mai interruzioni.
Fiumi di inchiostro sono stati versati sulla natura di questa loro amicizia. Era soltanto platonica e professionale? Vi fu una relazione più intima? E in che modo la loro vita privata e affettiva si unì e influenzò quella artistica? Le opinioni sono contrastanti. Ma ora uno dei più noti e sensibili studiosi di Pirandello, Pietro Frassica, docente a Princeton e curatore dell'epistolario di Marta Abba, ha scoperto nuovi documenti che gettano una luce molto particolare sui loro rapporti. Frassica ha studiato gli anni trascorsi dall'attrice in America, dal 1936 al 1953, scovando documenti di tribunale, raccogliendo varie testimonianze (a cominciare da quella della stessa attrice, morta in Italia nel 1988), mettendo a confronto lettere edite ed inedite. Ne escono molte sorprese. Da Princeton ci concede un'anticipazione sul suo ultimo libro, in uscita a breve negli Stati Uniti.
Professor Frassica, del soggiorno americano di Marta Abba si sa poco. Per cominciare, perché l'attrice lascia l'Italia, al culmine della sua carriera?
«Nonostante i suoi successi la Abba non era felice in Italia. Una parte della critica teatrale (soprattutto quella romana capeggiata da Silvio d'Amico) non perdeva occasione per attaccarla pesantemente, un po' perché non si adattava ai canoni di bellezza e di recitazione tipici dell'epoca, un po' per stigmatizzare indirettamente il suo rapporto con Pirandello. Per queste ragioni Marta divenne una presenza “scomoda” nell'ambiente teatrale di allora. Del resto, persino a distanza di tanti anni una sorta di gelo critico le viene riservato, quasi ancora non le si perdoni di avere avuto ingegno e di aver opposto alle freddezze provinciali italiane successi internazionali (Parigi, Londra, New York). E poi fu lo stesso Pirandello a incitarla a partire per l'America, dove l'attrice poteva avere un pubblico ben più ampio e maggiori soddisfazioni economiche, a teatro e al cinema».
E queste soddisfazioni arrivarono?
«Arrivarono a teatro. Marta ebbe grande successo sulle scene di Broadway. Nel 1936 come protagonista di Tovarich, di Jacques Deval, recitò per 356 serate. Il pubblico era conquistato dalla sua personalità e persino dalla sua dizione di straniera: il suo inglese era perfetto e riusciva addirittura a imitare l'accento russo. Molti critici la osannarono e dopo il debutto uno scrisse che aveva “conquistato Broadway in una sera”».
Al cinema le cose però andarono diversamente, nonostante gli incitamenti di Pirandello.
«Pirandello da anni sognava che Marta divenisse una star di Hollywood. Quando seppe che stava imparando a guidare, le scrisse una lettera entusiastica, immaginandola già come una diva del cinema al volante della sua fuoriserie. Ma l'attrice non sfondò. Le regole dello star system erano dure: per cominciare, Marta era vicina alla trentina quando giunse in America, mentre le attrici americane erano molto più giovani. Poi non voleva rinunciare al suo personale stile di recitazione, maturato nel lungo rapporto professionale con Pirandello, uno stile troppo “teatrale” per le esigenze cinematografiche. Infine vi era anche la questione della sua immagine come donna».
Cosa intende dire, Marta Abba non rispondeva al tipo femminile voluto da Hollywood?
«Esattamente. Negli anni '30 Hollywood cercava attrici che incarnassero un ideale di femminilità assoluta. La figura dell'attrice era costruita con attenzione: dieta, taglio di capelli, abbigliamento, un trucco che sottolineava molto gli occhi e disegnava un ampio arco nelle sopracciglia. Tutto doveva concorrere a creare la donna fatale, perfetta, irraggiungibile, per cui le folle sarebbero cadute in delirio. Marta non avrebbe mai accettato una simile trasformazione, che avrebbe significato per lei rinnegare il suo passato. Le faccio un esempio: nel 1932 fu realizzata una versione cinematografica di Come tu mi vuoi, interpretato al debutto teatrale dalla Abba, ma per essa fu scelta Greta Garbo. E bisogna ammettere che, grazie alla bellezza misteriosa e inquietante dell'attrice svedese e a sapienti tecniche di ripresa, il risultato è di grande effetto».
Veniamo ora alle scottanti questioni riguardanti la sua vita privata. Quali novità sono emerse dalle sue ultime ricerche? «Tutto ha inizio con la morte di Pirandello, che getta Marta in un totale sconforto. È disperata perché sente di avere perso il suo amico e protettore. Fors'anche per reagire a questa situazione, la Abba sposa nel 1938 un ricco industriale di Cleveland, Severance A. Millikin, e dà l'addio alle scene. Con la scomparsa di Pirandello, fatalmente anche il suo destino di attrice si conclude. È l'inizio di una nuova vita, ben diversa da quella tumultuosa e girovaga condotta sino ad allora; ora è la rispettabile moglie di un ricco signore del tranquillo Midwest e trascorre le sue giornate in ozio nella lussuosa magione di famiglia. Ma alla lunga il “ruolo fisso” di moglie stanca l'antica attrice e il matrimonio termina con il divorzio, che si trascina per vie legali. Io sono andato alla ricerca dei documenti riguardanti questo divorzio e ho trovato la prima sorpresa. Il marito accusa davanti ai giudici la moglie di “grave negligenza nei suoi doveri”, e lei replica di avere adempiuto “ai doveri e agli obblighi coniugali”. Pure attraverso il distaccato linguaggio legale, penso sia possibile intravedere un'allusione ai rapporti sessuali. Per la cronaca, la causa andò a favore della Abba, che ottenne più di un milione di dollari, una bella somma per gli anni '50».
I documenti ritrovati spiegano principalmente i rapporti con il marito, o c'è di più?
«Qui veniamo alla parte più delicata delle mie ricerche. Marta Abba aveva un carattere forte, a volte misantropo e persino un po' misogino. Disprezzava le donne e la maggior parte delle attrici (stimava però la Jonasson e la Falk), ma era anche capace di appassionate amicizie femminili. Nella sua casa nel Midwest, ad esempio, divenne molto amica di una governante tedesca, forse accomunata come lei dall'appartenenza a un Paese nemico durante gli anni della guerra, e ciò causò alcuni problemi con la famiglia. Durante e dopo il divorzio, poi, Marta andò a vivere da un'amica ereditiera, Mildred Putnam, con la quale condivise una lunga e affettuosa amicizia. Fu proprio su indicazione della Putnam che la Abba donò il suo prezioso epistolario con Pirandello all'università di Princeton (frequentata dai figli John e Peter), dove si trova tuttora.
Esistono altre testimonianze riguardanti le amicizie femminili della Abba?
«Devo dire che una l'ho raccolta personalmente. Nel periodo (1984) in cui studiavo e riordinavo gli epistolari custoditi nella sua casa di Milano, Marta più volte ha fatto riferimento a una sua amica, la “bionda professoressa” della Columbia University. Ebbene proprio quella persona in anni recenti mi ha confidato che l'attrice la “corteggiò” con insistenza, ma senza risultati. Come vanno interpretati esattamente questi atteggiamenti e che significato assumono riguardo al rapporto con Pirandello? Io credo che Marta abbia amato queste persone ma che esse siano rimaste in qualche modo degli “amori proibiti”, fantasie accarezzate e tese a raggiungere un rapporto perfetto, per definizione irrealizzabile. L'attrice non trovò mai veramente un'anima gemella, donna o uomo che fosse, anche se si lasciò trasportare dalle sue passioni. Dopo il divorzio non ci fu tregua per lei, diventando a ogni delusione, sempre più instabile, sempre più tormentata, sempre più isolata! Con gli anni, il suo aspetto assunse una devastazione desolata, carica di rifiuto e di tristezza, e anch'io ne rimasi intristito quando nel marzo del 1984 bussai alla porta del suo appartamento milanese in piazza Maria Adelaide e lei mi accolse come Norma Desmond in Sunset Boulevard».
Il rapporto con Pirandello in fondo segue lo stesso binario. È pervaso da una tensione sessuale, da parte dello scrittore, che rimane sempre sullo sfondo, ma non riesce mai a erompere: il loro è un rapporto d'amore sublimato, si nutre di una mutua dipendenza sentimentale e di una grande passione per il teatro; una sorta di osmosi vita-arte. Stretto tra un disperato bisogno d'amore e il rifiuto quasi inorridito della sua realizzazione sessuale, Pirandello si confina come la sua attrice in una condizione di solitudine senza conforto, riuscendo a esprimere il suo stato d'animo nel modo a lui più congeniale, trasportandolo in campo letterario. Il suo romanzo Giustino Roncella nato Boggiolo, del 1931, narra del profondo rapporto di amicizia e stima tra un anziano autore e una giovane scrittrice emergente, dove amore e sessualità, assolutamente incompatibili tra loro, complicano una relazione che trova la sua prima ragione d'essere nell'amore comune per l'arte. Oggi possiamo dire che anche la sua amica e attrice Marta Abba aspirò forse a un amore che potesse attingere alla sfera del sublime e dell'assoluto.