Maffesoli, l’apocalittico che mette a nudo moralismi e falsi miti della postmodernità

Quando in Italia escono i primi libri del sociologo Michel Maffesoli, il movimento delle idee in Europa è frenetico rispetto a quello odierno. È il 1979 del trittico La violenza e la città (Nuova Cappelli): il nome di Maffesoli vi appare fra quelli di Julien Freund e Gilbert Durand, due grandi della sociologia. Si conclude allora l’epoca dell’Autonomia bolognese, che era parsa continuare, ma in sostanza liquidava la deriva politica del ’68.
Col sostegno della grande stampa francese, poi di quella italiana, affiorano pensatori ben più esigui di quelli della «generazione Sartre». Sono i nouveaux philosophes, alfieri della nouvelle hégemonie, ovvero del pensiero unico e del declino intellettuale di cui non si scorge la fine: per convincersene, si aprano le pagine culturali di un quotidiano parigino o milanese e le si confrontino con quelle della stessa testata trent’anni fa...
Rispetto a questi usurpatori della cultura, Maffesoli scorge altri punti di riferimento. Non usufruisce quindi delle stesse agevolazioni mediatiche dei nouveaux philosophes, eppure, da allora, in Italia si sono tradotti molti suoi libri, ultimo Apocalisse. Rivelazioni sulla socialità postmoderna (Ipermedium, pagg. 64, euro 8), che appartiene al filone scientifico della sua attività, quello che l’ha reso conosciuto anche in Italia. Ma merita attenzione anche la sua libellistica. Ne La République des bons sentiments (Editions du Rocher, 2008), Maffesoli prende di mira la serie di pubblicazioni, libri di edificazione, intrisi di un moralismo che occulta la realtà. Non sorprende che - fra le icone esposte nell’appartamento di Maffesoli a Parigi - ci siano, fra altri inattesi, Martin Heidegger e Walter Benjamin sovrastati da Joseph de Maistre. Una constatazione di quest’ultimo è in ex ergo della République: «Alle opere occorre l’impertinenza così come ai sughi occorre il pepe».
Le idee di Maffesoli, in sintesi? Nella modernità il politico funzionava sulla grande idea della razionalità, basata sul principio: «Ho un programma, vi convinco della sua efficacia e voi mi votate». Nella post-modernità, dalla convinzione si passa alla seduzione. Esempi? Berlusconi, Sarkozy, Schwarzenegger. La seduzione come agisce? Attraverso l’«emozionale», neologismo preferito da Maffesoli a «emotivo», perché di senso meno personale.
Una volta chiesi a Maffesoli se riconosceva un debito con Gustave Le Bon. Mi rispose: «Concordo con Le Bon che le folle sono “isteriche”, nel senso etimologico, cioè sono mosse dal “ventre”». E aggiunse: «Caratteristico del politico, come del religioso, è sollecitare il “ventre”».
In Iconologies (Albin Michel, 2008), Maffesoli cita Charles Péguy: «Tutto comincia in mistica e finisce in politica». Ovvero le grandi ispirazioni all’origine dei cambiamenti sociali s’istituzionalizzano e gli entusiasmi sfociano nella routine. L’era delle rivoluzioni è finita e con lei il meccanismo di rappresentazione che ne è stata causa ed effetto. Col risultato di giungere alla trasfigurazione del politico. Le polarità s’invertono: ora tutto comincia in politica e finisce in mistica».