La maggioranza del Paese esclusa dal potere

Federico Guiglia

Con le ipotesi di attribuire le presidenze delle Camere a Rifondazione comunista e alla Margherita, l’Unione si candida a stabilire due precedenti, e uno più singolare dell’altro. Il primo è che ai vertici del Parlamento vadano rappresentanti politici non già della maggioranza ma della minoranza, posto che nella stessa coalizione di Romano Prodi le due forze «premiande» sono ognuna delle due più piccole dei Ds, cioè del primo partito per l’elettorato di centrosinistra. E la novità sarebbe tanto più incomprensibile, perché riguarderebbe entrambi i rami del Parlamento. In sostanza, due delle tre più importanti cariche dello Stato sarebbero assegnate a rappresentanti di forze politiche dal medio e medio-basso consenso appena raccolto dagli elettori.
La seconda anomalia è che questo approccio contrasterebbe in modo «radicale» - appunto - con le chiare e fresche parole vergate di recente nel programma del Professor Prodi. Nella paginetta dedicata alle questioni istituzionali fra le 281 sull’universo-mondo, il centrosinistra assicurava tre cose: che avrebbe «elevato la maggioranza necessaria per l’elezione del capo dello Stato». Che avrebbe «elevato la maggioranza necessaria per l’elezione dei presidenti delle Camere». E perfino che avrebbe «elevato anche la maggioranza necessaria per l’approvazione dei regolamenti delle Camere». Non solo. L’annuncio era anche illustrato con la diversa filosofia che avrebbe caratterizzato il centrosinistra, desideroso di «tornare alla convenzione che prevedeva una larga intesa sulla designazione dei presidenti, tutelandone il ruolo di garanti imparziali». Ciascuno può ora constatare quanto tali buoni propositi s’apprestino a essere disattesi in modo clamoroso, e in così rapido tempo: cambiare idea è legittimo, ma sconfessare i principi appena elaborati per iscritto, e teorizzati in tutte le salse della campagna elettorale, ha dell’incredibile. Beninteso: se dalla politica si pretende un minimo - minimo! - di coerenza fra le promesse e gli atti.
L’aver già lasciato intendere che saranno Fausto Bertinotti e Franco Marini i candidati «blindati» del centrosinistra, al punto che l’aspirante Massimo D’Alema è stato costretto a rinunciare a correre per la presidenza della Camera, è quanto di più lontano si potesse immaginare rispetto allo spirito da larga intesa rivendicato con orgoglio nel programma più-lungo-del-mondo. Non basta. Adesso persino la presidenza della Repubblica suscita appetiti di schieramento, con pubbliche dichiarazioni già fatte nel centrosinistra per attribuirla a un «ex Pci». Ma perché non dire un «attuale Ds», allora? Siamo al torcicollo permanente dell’ideologia. Con conseguenze diametralmente opposte ai proclami buonisti della campagna elettorale. E con buona pace del programma post-ideologico (non era Per il bene dell'Italia il suo titolo «sopra le parti»?).
Se anche il Quirinale finisse nel tritacarne partitocratico, avremmo un risultato paradossale: per la prima volta nella storia istituzionale della Repubblica, la maggioranza degli italiani non avrebbe alcuna voce in capitolo ai più alti livelli del Paese. In passato succedeva che anche - anche - alle minoranze venissero assegnate poltrone di prestigio: si pensi a Giovanni Spadolini, simbolo del piccolo Partito repubblicano, alla presidenza del Senato. Si pensi all’alternanza laico-cattolica al Quirinale (e a palazzo Chigi). Si pensi alla sempre presente Dc, il partito più votato dagli italiani. Partito che però non ha mai fatto il piglia-tutto delle istituzioni, perché capiva benissimo il dovere di non escludere. Adesso invece i piccoli contano più dei grandi e i grandi ritengono, in barba a quel che hanno scritto, di poter eventualmente fare a meno dell’altra metà dell’Italia persino nella scelta di chi «rappresenta l’unità nazionale» (articolo 87 della Costituzione).
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