Magritte e la magica razionalità del mistero

In mostra a Palazzo Reale di Milano. Nelle opere più significative che indagano la natura, il significato più profondo della sua arte

Milano - «Il mistero è assolutamente necessario, perché possa esistere la realtà». Diceva così René Magritte a cui Milano dedica una solida mostra a Palazzo Reale. Che cosa intendeva dire? La maggioranza degli uomini, pensa che esista la realtà e che essa, tutt’al più, contenga una parte di mistero. Magritte rovescia i termini della questione. Per lui prima di tutto esiste il mistero, ed esso, tutt’al più, contiene una parte di realtà. Nascono così i suoi quadri, come per esempio La voce del sangue: un dipinto di sottile fascino che costituisce l’emblema della mostra milanese.

In quest’opera si vede un grande albero con il tronco diviso in sportelli, come un armadio coi cassetti. Dentro il primo sportello compare una di quelle case belghe od olandesi con le finestre rigorosamente senza tende che, quando sono illuminate, lasciano scorgere tutto ciò che accade all’interno. Solo che nella casa dipinta da Magritte non abita nessuno: c’è appena una luce gialla, accesa non si sa da chi. Che cosa intende suggerire il quadro? Forse che anche gli alberi hanno una Voce del sangue, cioè sentimenti e affetti come gli uomini, una vita segreta? O invece, come ha spiegato una volta l’artista, la voce del sangue è la nostra, che ci ordina di «dischiudere magiche nicchie negli alberi», cioè di andare oltre l’apparenza delle cose e cercare quel mistero da cui sono generate? Nessuna delle due risposte è soddisfacente. Del resto il mistero non è un quiz, che prevede una risposta unica, altrimenti non si tratterebbe di enigma, ma di enigmistica.

L’arte di Magritte è legata alle contraddizioni e alle incongruenze della ragione. Nel 1929, in una delle sue prime opere significative, aveva dipinto una bella pipa curva, col suo fornello di legno e il bocchino nero. Sotto, come una didascalia, aveva scritto: «Questa non è una pipa», e aveva intitolato il quadro Il tradimento delle immagini. Il che significa, anche, il tradimento della conoscenza, le falsità spacciate per verità.

L’arte di Magritte, dunque, è legata ai torti della ragione. Tuttavia la sua grandezza non sta tanto nei giochi di parole, o in quelle sue immagini truccate che, alla lunga, possono anche diventare stucchevoli. Sta piuttosto in quel contrasto, questo sì misterioso, che si crea tra la precisione assoluta delle sue figure (sostenuta da una pittura perfetta, quasi come quella dei grandi maestri fiamminghi) e la loro inspiegabilità. E infatti quando questa immobile perfezione viene a mancare; quando, come in certe opere del dopoguerra, indulge a una pennellata sciolta, dal disegno approssimativo, tutto il fascino della sua pittura si appanna, anzi si annulla.

Pensiamo all’orrendo Lirismo del 1947 che rappresenta una pera col corpo di uomo, ed è perfino imbarazzante tanto è kitsch. O, ancora, pensiamo all’altrettanto orrendo Alice nel paese delle meraviglie del 1946. Per fortuna si tratta solo di una stagione, poi Magritte torna alla sua pittura limpidamente oscura, dove tutto è talmente levigato da risultare inafferrabile. La sua è una pittura apparentemente senza drammi, ma mossa da un mistero doloroso e privatissimo. Sua madre, dopo diversi tentativi di suicidio, era riuscita nel suo intento gettandosi nelle acque della Sambre la notte del 24 febbraio 1912, quando l’artista aveva solo tredici anni. Ed è quella tragedia, su cui non volle mai dire una parola, il vero enigma di cui Magritte cercherà tutta la vita, inutilmente, una spiegazione.

LA MOSTRA
«Magritte. Il mistero della natura». Milano, Palazzo Reale fino al 29 marzo. Catalogo Giunti.