"Mai appoggiarsi ai mariti. Io l'ho fatto, che capitombolo"

La scrittrice da dodici milioni di copie si confessa: «Se entravo alla Feltrinelli e chiedevo i miei libri mi trattavano come una spacciatrice»

Il campanello è dorato, tirato a lucido. «Cane molto cattivo e poco nutrito». Driin. Bice Cairati apre la porta. La chiamano Lady Bestseller: perché è elegantissima e ha i modi di una signora vera; e perché dal 1981, con un nom de plume (siccome è una signora, ama il francese) aristocratico, Sveva Casati Modignani, ha scritto oltre trenta romanzi. Prima a quattro mani col marito, poi da sola. In tutto, più di dodici milioni di copie vendute nel mondo. Da trentacinque anni, Bice Cairati è «la Sveva». Ti apre la porta della sua casa storica in via Padova a Milano, quella che era di sua nonna e non ha mai voluto lasciare («sono nata qua, ho visto questa zona diventare uno sfacelo; ma per qualche anno, da sposata, ho abitato in viale Abruzzi e mi trovavo malissimo: avevo una voglia pazza del mio orto e del mio cortiletto»), ed è senza trucco, in abiti da casa. «Scusi, stavo scrivendo».

Ma come, è appena uscito il suo nuovo romanzo, Dieci e lode, per Sperling & Kupfer come sempre, fra l'altro già secondo in classifica. Che cosa sta scrivendo?

"Tesoro, scrivere è la mia malattia... È solo un libretto di ricordi, 127 pagine, uscirà per Electa. Io sono fatta così. Le mie amiche, tutte vedove come me, mi dicono: Dài, usciamo, mi sento sola. E io: Mi spiace, non esco. Sto bene a casa. Ho i miei lavoretti da fare...".

I lavoretti sarebbero i libri?

"Eh... Io sono felice a scrivere, mi diverto già così; e stranamente c'è gente che si diverte a leggere le mie cose: è un miracolo. L'avrei fatto comunque, però".

Il protagonista di Dieci e lode è un insegnante «anomalo». Perché ha scritto un libro ambientato nel mondo della scuola?

"Ho due nipoti adolescenti, entrambi bravissimi, con insegnanti ottimi. Eppure vivono il disagio di una scuola che non viene incontro in profondità alle loro aspettative. E poi ci sono altri ragazzi che mi dicono: la mia scuola fa schifo, è lercia, ci sono gli spifferi, vedo le crepe sul soffitto... La nostra buona scuola è un disastro".

Si è ispirata anche a suo fratello, che è stato un prof?

"Sì, insegnava Scienze e Geografia al Cattaneo ed era amatissimo dai suoi alunni, perché un po' fuori dagli schemi. L'idea mi è venuta da lui. E poi dall'attualità: da noi gli studenti migliori emigrano all'estero. Un Paese che esporta le teste e importa la manovalanza è disgraziato".

È fedele da 35 anni alla sua casa editrice, la Sperling & Kupfer. Una rarità.

"È un gioiellino, continuo a lavorare benissimo. È la mia casa editrice, sono nata lì, grazie a un editore vero come Tiziano Barbieri".

È popolarissima, eppure i critici la snobbanno...

"Non sono più così snob, ormai. Hanno cambiato atteggiamento".

Come mai?

"Credo da quando Vittorio Spinazzola su Tirature scrisse cose, che forse non merito ma comunque pregevoli, su questa scrittrice anomala nel panorama letterario italiano. Ci hanno messo un po' a capire che la Sveva non è Liala e non scrive storie d'amore e basta".

Perché questo snobismo?

"Mi ricordo che circa vent'anni fa incontrai Beniamino Placido, ci presentarono e lui mi disse: Ah sì, è un nome che conosco, mia mamma legge i suoi libri. Ma a me poi non è che dia fastidio più di tanto, sa".

Tanto vende...

"Sì, ma non è solo questo. È incontrare le lettrici che mi dicono: Ero in un momento così buio, e ho passato tre giorni sereni col suo libro, oppure: Sa che mi ha fatto riflettere? Avevo delle cose dentro, che non riuscivo a esprimere a parole...".

È vero che i suoi libri vendono da soli, senza pubblicità, senza recensioni?

"Sì, sì. E pensare che, quando entravo alla Feltrinelli anni fa e chiedevo: Avete i libri di Sveva Casati Modignani? mi rispondevano: Ah sa, non li vendiamo. Mi guardavano come se fossi una spacciatrice. Poi hanno cambiato atteggiamento".

Come è nato il primo romanzo?

"Anna dagli occhi verdi. Avevo cominciato a scriverlo nel 1980, ma non con l'idea che fosse un romanzo: volevo conservare i ricordi delle storie di mia nonna e di mio papà. Scrivi, scrivi finché mio marito mi chiede: Ma che cosa batti da settimane?. E poi, e di questo devo ringraziarlo: Fammi leggere. La mattina dopo dice: Sai che stai scrivendo un romanzo? Non lo sapevo".

Ma come funzionava la scrittura a quattro mani con suo marito?

"Io ero quella che raccontava, lui quello che rileggeva, criticava, correggeva. Come sempre: chi fa è la donna, chi critica è l'uomo".

E quando è morto?

"Con lui ho scritto i primi tre romanzi, poi si è ammalato e non mi ha più aiutato. Però ormai era nata la leggenda che lui scrivesse e io andassi in giro a promuovere i libri. Figurati, è stato malato per vent'anni. Così molti pensavano che, morto lui, avessi chiuso. Le donne non godono di molta considerazione, spesso da parte delle loro simili".

Lo pseudonimo come è nato?

"La doppia firma non ci piaceva. Era il 1980, erano di moda le autrici americane con tre cognomi, così Tiziano e sua sorella si inventarono Sveva Casati Modignani".

A proposito di nomi, suo marito si chiamava Nullo Cantaroni: un nome particolare...

"Era emiliano, lì ci sono i nomi più strani. Lo scrivevano in tutti i modi: Nello, Nino, non veniva a nessuno".

Era un giornalista?

"Sì, era un eccellente giornalista, ma non un narratore. Io invece sì".

Anche lei era giornalista, perché ha lasciato il lavoro?

"Mi sono fatta le ossa alla Notte di Nutrizio. Però non avevo entusiasmo, come lavoro mi andava stretto. Così mi sono messa a scrivere".

Ha sempre voluto fare la scrittrice?

"Sì, fin da bambina volevo raccontare storie. Però le scrivevo e poi mi dicevo: Che schifezza, e le buttavo via. Così avevo messo tutto da parte, fino a Anna dagli occhi verdi".

Fu subito un successo?

"Subito. E l'editore: Ora che altro romanzo mi fai? Ma io non ci pensavo. Mi disse: Ti rendi conto che sei nata per raccontare storie? Fai quello che vuoi, ma scrivi un altro romanzo. Non ho più smesso".

Quanto impiega per un libro?

"Un anno e mezzo: un anno per fare ricerche, sei mesi per scrivere".

Quindi al giorno quanto scrive?

"Quanto capita. Sono una casinista, nessuna routine".

E dove trova ispirazione per tutte le sue storie?

"Ma dalla vita, tesoro. A volte basta una frase".

C'è sempre il lieto fine?

"Eh, io amo l'happy end. Guai. Da piccola andai a vedere Ombre rosse: finiva una meraviglia, e io ero così felice. Invece, se un film finiva male uscivo arrabbiata, frustrata. Tutti abbiamo bisogno di una luce di speranza per andare avanti, come dell'aria per respirare. Guardiamoci intorno: la realtà che cosa ci prospetta, se non lo sfascio delle istituzioni e dei valori per noi sacri? Devi credere sempre, come Rossella O'Hara, che domani è un altro giorno".

Chi sono le sue lettrici?

"Ci sono le immigrate che imparano l'italiano e le donne magistrato. Un pubblico trasversale. E tantissimi uomini, da un po'".

Chi sono gli uomini?

"Hanno dai venti ai 102 anni. Ho il pubblicitario, il commesso dei grandi magazzini, lo studente di Lettere e filosofia; e poi quelli più adulti, scapoli a volte, o gli sposati spinti dalla moglie a leggere i miei libri, e che ora non possono stare senza. Ovviamente, prima tocca alla moglie".

Chi è il fan di 102 anni?

"L'ho incontrato in Toscana, era in prima fila con la badante. Un ingegnere. Gli ho fatto la dedica e lui mi ha regalato una rosa che non si sciupa. La conservo ancora. Sa che le lettrici mi fanno i regali?".

Quali?

"Vede tutte queste pattine all'uncinetto? E poi asciugamani con Sveva ricamato a punto croce, penne rivestite, disegni".

E che cosa le dicono?

"Eh questo problema di Caterina, io ce l'ho tale e quale, come l'ho capita questa cosa... grazie. Si ritrovano nelle mie storie. Si innamorano. E poi: Ma Tancredi, lei l'ha incontrato? C'è, mi dica che c'è".

C'è?

"Dico sempre: quando nelle mie storie incontrate un uomo meraviglioso, impagabile, sappiate che non esiste. Però esiste nei nostri desideri".

Be', Lorenzo, il protagonista di Dieci e lode sembra perfetto.

"Lorenzo è bello perché ha tanti difetti. Non è perfetto, ma ha le qualità che ciascuna vuole in un uomo: la coerenza e la virilità, non nel senso del sesso, nel senso che è responsabile, è un porto sicuro per la donna".

È questo che cercano le donne?

"Tante vogliono un sostegno. E, ogni volta che si appoggiano, trovano il vuoto e crollano".

Suo marito era un porto sicuro?

"Ma per carità. Vieni sotto la mia ala, mi ha detto. E ho fatto un capitombolo... Poi mi sono rialzata, da sola però".

Viaggia moltissimo per incontrare le sue lettrici.

"Ovunque, da Bolzano a Canicattì. Sempre toccata e fuga".

Ma è mondana?

"Per niente. La mia ambizione più grande è stare sul divano a rimbambirmi con un film sentimentale".

Lei che scrive storie d'amore, è romantica?

"No. Sono molto concreta".

La Bice è diversa dalla Sveva?

"La Bice è quella che scrive, e la Sveva è quella che va in giro. La Bice è quella che vede: frugale, golosa, soprattutto di cioccolato e di pastasciutta. E poi dormo come un bambino: se salto il sonnellino del pomeriggio, il visurin, la notte dormo male e poco. Sono anche pigra".

Pigra? Con tutti i libri che scrive?

"Eh, ma in quello mi diverto. E poi ho molta autodisciplina, anche quando non ho voglia mi dico: dai Bice, non fare la lazzarona, pensa ad Apelle, nulla dies sine linea".

È vero che sua mamma l'avrebbe voluta suora?

"La mamma aveva i suoi sogni. Io suora, mio fratello prete, e lei perpetua. Le è andata buca, povera donna: non ha mai letto un libro, era mezza cecata. Papà invece era un uomo di gran buon senso, lo ho amato tantissimo. Ci leggeva di tutto: Verne, Salgari, Rafael Sabatini, Jack London, e poi Tolstoj, Gogol, Balzac, Proust no, non l'ha mai letto, e La fiera delle vanità...".

L'hanno aiutata a diventare una scrittrice?

"No, devo tutto a madre natura. Narratore ci nasci, o niente".

Che cosa legge oggi?

"Romanzi di attualità. Per divertirmi leggo Vitali, Camilleri e Antonio Manzini. E poi torno e ritorno sui miei cari: Hemingway, Tolstoj e Il gattopardo, quanto mi piace, come è scritto bene, quante verità tira fuori quel vecchio signore...".

È famosa per la sua eleganza. Da chi ha imparato?

"Sono solo una persona civile. I miei abiti non sono firmati, non indosso cose stravaganti: vesto normalmente, da signora milanese, come mi hanno insegnato mia mamma e mia nonna".

È serena?

"Penso di sì, sono una donna serena. Non che non mi arrabbi, anzi: non riesco a tacere. Ed è per questo che sono serena: perché non covo livori, frustrazioni, li dichiaro. Me l'ha insegnato mio padre, che diceva: è meglio amare che odiare".

Se dovesse descriversi in un suo romanzo?

"Sa che l'ho pensato? La gente come mi vede? Una che pastrocchia su dei lavori, ed è felice".

Ma insomma.

"Sono un'autocritica spaventosa. Ogni volta che mi gaso, mi ricordo che da bambina arrivai di corsa, gridando: Mamma, ho preso dieci e lode! e lei, paf, mi diede una bella sberla: Chi si loda si imbroda. E se aveva ragione".

Le sue lettrici le chiedono mai dei consigli?

"Uh, sì. Io dico che ciascuno è bravissimo a sbagliare in prima persona. Seguite l'istinto, dico, che così se sbagliate è colpa vostra, non mia. Mai dare consigli".