Le mail di Repubblica al tiranno siriano Assad

Gli hacker di Anonymous svelano l’imbarazzante corrispondenza di una giornalista con l’addetta stampa di Assad

Che strano, che imbarazzante feeling tra la Repubblica e il sanguinario regime di Bashar al-Assad. Che salamelecchi, e che inchini, quelli rivolti verso il soglio di Damasco. Quanta deferenza, e che trillante amicizia tra il molto progressista quotidiano di largo Fochetti, sempre «vicino al popolo» per principio, (e figurarsi dunque quando il popolo viene bombardato dall'aviazione) e l'entourage del tiranno di Damasco che ha decine di migliaia di morti, fra cui donne e bambini, sulla coscienza.

Il «caso», un caso che non mancherà di seminare qualche interrogativo nella redazione di Repubblica, e dovrebbe seminarne forse anche in seno all'Ordine dei giornalisti, sempre molto sensibile alle grandi questioni di principio, riguarda le e-mail rubate nei giorni scorsi al regime siriano dal gruppo di hacker chiamato Anonymous. Il problema è il seguente: fin dove ci si può spingere, nella pratica del nostro mestiere, per avere un'intervista esclusiva, o notizie riservate? È lecito prosternarsi quando l'interlocutore è una fonte di informazioni preziosa? E se la fonte è il megafono di un dittatore sanguinario vale lo stesso, o il buon gusto e la decenza suggerirebbero di fare un passetto indietro? Ed ecco di che si tratta.

Dando notizia mercoledì scorso delle e mail rubate da quelli di Anonymous, Repubblica aveva dedicato alla vicenda grande spazio, effondendosi su quelle con cui Assad era stato «preparato» ad una spinosa intervista a Barbara Walters dell'americana Abc. Ora, non è curioso che nulla, neppure una riga Repubblica abbia pensato di dover dedicare alle mail corse fra Alix Van Buren, giornalista del quotidiano, e Bouthaina Shaaban, portavoce del dittatore? E se questo non è accaduto si può opinare che vi abbia un ruolo l'imbarazzante tenore di quegli scambi affettuosi tra le due signore?

Ecco, per esempio, una mail del 30 maggio scorso. È Alix Van Buren (autrice di qualche intervista all'aroma di «Notti d'Oriente» al dittatore alawita) che scrive, dall'account di Repubblica: «Mia adorata Boutheina, quanto mi manchi!!!! Grazie mille per tutto, compresi i bellissimi regali (il profumo di Valentino è buonissimo, odora di rose di Damasco, e il porta gioielli è meraviglioso). Grazie ancora per averci consentito di produrre una delle migliori interviste (che squadra, tu e io!)… Ti voglio tanto tanto bene, anzi di più. Ci vediamo presto, Inshallah e grazie ancora. ? Alix».

Il 23 luglio 2010, sempre dall'account di Repubblica, altra lettera amichevole («my lovely friend…») di Alix Van Buren alla potente Bouthaina. Van Buren loda i successi propagandistici del regime («ma come ci riesci?») e punta a raccomandare Gad Lerner che ad agosto (2010) vorrebbe andare in Siria alla scoperta delle radici familiari (i nonni erano ebrei siriani trasferitisi negli anni Cinquanta a Beirut). Per Lerner, Alix Van Buren si straccia le vesti. «Indipendente», «difensore delle comunità musulmane», favorevole alle moschee in Italia, «antirazzista» doc. Ma c'è un ma. Lerner è ebreo, e questo, agli occhi di Damasco, è un pregiudizio insuperabile. Nella sua risposta, Bouthaina è desolata: «Non sono molto sicura che sia una buona idea, perché come sai è una questione delicata…».