MALAMILANO, BELL’AFFRESCO ANNI ’50

La «mala», quella cantata da Ornella Vanoni, quella della Milano dei primi anni '50 quella che ancora non uccideva e aveva un suo codice da cui non prescindeva, è stata ricordata e raccontata in un film-documentario trasmesso venerdì in prima serata da History Channel (MalaMilano, dalla liggera alla criminalità organizzata). Si tratta di un lavoro del 1997, firmato da Tonino Curagi e Anna Gorio, prodotto dal settore cultura della Provincia di Milano, un po' grezzo nella sua impaginazione (si chiude ad esempio in modo troppo brusco) ma interessante per taglio e sviluppo. È anche un documento nostalgico, che oltre a solleticare un inevitabile ma facile rimpianto per la malavita che fu (bei tempi, signora mia, quelli in cui si rubava con una certa classe) ci mostra scorci bellissimi della vecchia Milano, del Ticinese, della Darsena, del Giambellino, uniti a frammenti filmati tratti da pellicole che nei primi anni del dopoguerra fotografarono la ricostruzione della metropoli lombarda e la fauna umana che la popolava. Il documentario mette insieme le testimonianze di molti esperti del ramo o osservatori di costume (il cronista di nera Arnaldo Giuliani, l'avvocato Armando Radice, lo scrittore Bruno Broncher, Primo Moroni, l'indimenticabile Umberto Simonetta) fino a sposare una tesi comune: la liggera, cioè la malavita che non usava la violenza, si trasformò in criminalità organizzata a partire dagli anni del boom economico, quando i malavitosi non si accontentarono più di sfangare la giornata ma entrarono nell'ottica del profitto, complice l'arrivo di bande esterne (i marsigliesi per primi) e l'impatto di una immigrazione massiccia che rese meno controllabile il tessuto sociale. Fu così che «la teppa», come veniva amichevolmente chiamata la malavita milanese indigena, smise di occuparsi di furti con destrezza di cui gloriarsi nei bar, e il mitico commissario Nardone (che teneva sempre nel taschino della giacca l'elenco dei suoi informatori) cessò di trovare lavoro ai malavitosi desiderosi di redimersi. E fu così che certi personaggi quasi letterari ricordati nel documentario, come Luciano, Tamara, Pelè, il Meazza («che prima sorride e poi si incazza»), sparirono progressivamente dalla scena per lasciare spazio a una delinquenza sempre più efferata. Gli ultimi colpi quasi artistici della vecchia mala furono la rapina di via Osoppo e quella di via Montenapoleone, ed è stato ricordato come certi bar e bettole della periferia conservassero in bacheca le paginate di giornale dai titoli cubitali a mo' di trofeo e di orgoglio. Altri tempi davvero, in cui le guardie e i ladri interpretavano i rispettivi ruoli senza mai spingersi in contrasti troppo accesi, consapevoli dei limiti imposti dal gioco delle parti.