«La malasanità? Un giallo con troppi colpevoli»

Intervista con Robin Cook, medico e autore di best seller sugli orrori ospedalieri. Che in «Crisi mortale» racconta...

Argomenti come quello della malasanità e degli eccessi della scienza sono da tempo i capisaldi dei thriller dello statunitense Robin Cook. Ha ipotizzato trafugamenti di organi, epidemie, intossicazioni alimentari, alterazioni genetiche, furti di cellule staminali e di cervelli. Ha mostrato i pericoli dell’inseminazione artificiale ma ha anche cercato si svelare la terribile «maledizione dei faraoni», i segreti della Sindone e quelli delle streghe di Salem. Con oltre 100 milioni di copie di libri vendute in tutto il mondo, Cook è universalmente riconosciuto come il maestro del medical thriller (genere nato nel ’77 sull’onda del successo riscosso dal suo Coma) e non ha mai smesso di attirare l’attenzione dei lettori e dei media su problemi di scottante attualità scientifica e morale con titoli emblematici come Cervello, Contagio, Sonno mortale, La mutazione, Sindrome fatale, La cavia, Shock.
Curiosamente, nonostante sia venuto spesso in Italia, nessun nostro quotidiano lo ha intervistato prima d’ora. Lo abbiamo incrociato per caso, di passaggio a Milano in attesa di ripartire per Budapest. E gli abbiamo chiesto di raccontarci i segreti del suo mestiere. «Scherzando - spiega - dico sempre che la mia carriera di scrittore è iniziata il giorno in cui mi sono trovato per caso fra le mani la cartella clinica di un paziente che per settimane non era stato visitato da nessuno in ospedale. Mi ero chiesto come mai quel documento così urgente era rimasto per così tanto tempo lì abbandonato. Era semplice dimenticanza, negligenza, o c’era qualcosa di più misterioso dietro? A parte le battute mi ero accorto che molte serie televisive e molti programmi di documentazione scientifica davano un’immagine troppo romantica della medicina e sostenevano che tutto ciò che riguardava i medici era buono e giusto. Io, in realtà, fin dai primi mesi di apprendistato in ospedale mi ero accorto che il quadro della situazione era ben diverso e forse valeva la pena di raccontare la realtà alla gente, a costo di essere espliciti e duri».
Lei è stato il primo a denunciare, in Coma, l’esistenza di traffici internazionali di organi.
«All’epoca nessuno aveva mai ipotizzato crimini del genere. Mi occupavo di chirurgia dei trapianti e sapevo quanto bisognasse attendere per avere un organo disponibile e di quanto potesse essere frustrante non poter intervenire in tempo, in mancanza di donatori. Ho ipotizzato facilmente come gli sviluppi tecnologici dei trapianti potessero creare nuove offerte e richieste e come i diritti umani potessero venire scavalcati davanti alla possibilità di attuare in segreto nuovi interventi. La cosa che all’epoca colpì maggiormente i lettori fu che un medico parlava pubblicamente di suoi colleghi che usavano metodi criminali nei loro ospedali. Ma nessun medico mi scrisse per dirmi che ciò che avevo raccontato non era vero né plausibile».
Fra i temi ricorrenti della sua narrativa c’è il contagio. Quale pensa sia il più pericoloso che possa colpirci?
«Mi hanno sempre appassionato scientificamente le malattie infettive. Attualmente credo che vada seriamente temuta l’influenza aviaria. Anzitutto perché è un’epidemia che può propagarsi facilmente e velocemente. Inoltre, se dovesse modificarsi geneticamente in maniera tale da trasmettersi non solo dagli animali all’uomo, ma anche da uomo a uomo, risulterebbe la più letale delle epidemie che l’umanità possa affrontare».
In Sindrome fatale lei ipotizza l’intossicazione alimentare di chi frequenta certi fastfood e ristoranti.
«Per documentarmi sono andato a visitare un macello moderno. Nonostante per anni abbia visto autopsie, abbia lavorato in pronto soccorso e mi sia occupato di patologia criminale, le assicuro che non ero preparato a uno spettacolo del genere. Per un po’ di tempo ho smesso di mangiare carne. Ho visto animali di circa 900 chili ridotti industrialmente ad hamburgher con un processo che durava 12 secondi. Non c’è da meravigliarsi se della carne esca adulterata o non sia idonea igienicamente quando esce da processi produttivi del genere».
Nel suo ultimo romanzo pubblicato in Italia, Crisi mortale (Sperling & Kupfer) lei tocca il tema di scottante attualità della concierge medicine.
«Sono convinto che uno dei principi fondamentali della medicina moderna debba essere l’equanimità, ovvero la possibilità di fornire un servizio sanitario di qualità a tutti a prescindere dal loro reddito. Cosa che purtroppo non accade nel mio Paese. La concierge medicine, ovvero la possibilità di cura sanitaria del paziente a casa sua, non è di per sé un cattivo servizio, ma purtroppo è organizzata in un modo che crea dei gap sociali fortissimi. Inoltre gli standard qualitativi di intervento devono essere realmente quelli che vengono promessi ai malati. Ho scritto Crisi mortale per far capire che cosa può andare drammaticamente storto in una nazione che fornisce un tipo di servizio come quello che forniamo negli Stati Uniti».
Nel suo presente c’è un nuovo progetto davvero singolare...
«Ha debuttato a maggio con grande successo il mio primo film in 50 episodi da due minuti disponibile solo su cellulari. Si chiama Foreign Body ed è non solo il primo film prodotto direttamente per il mercato dei telefonini, ma anche l’antefatto del mio nuovo romanzo omonimo che i miei lettori hanno potuto ricevere in esclusiva giorno per giorno sui loro cellulari».
Qual è il genere letterario che meglio identifica la sua produzione?
«Parlerei di faction, ovvero di romanzi in cui si mescolano al punto giusto fact e fiction, realtà e finzione. Ho scritto 28 romanzi, ma mi considero sempre un medico più che uno scrittore, visto che non ho mai interrotto la mia attività. Credo che tutti i miei libri abbiano un’unica funzione: suggerire alle persone che cosa debbano e possano esigere dal loro sistema sanitario, come possano misurarsi con le malattie e le loro possibili cure. I miei sono libri di intrattenimento, ma funzionano solo se danno al lettore una maggiore consapevolezza della propria salute e dei propri diritti sanitari».