Malcolm McDowell: dopo Kubrick ho girato tante schifezze

Lucio Giordano

da Taormina

Sono trascorsi 34 anni. Ma da tutti Malcolm McDowell viene identificato ancora, e forse per sempre, con Alex, lo stupratore del capolavoro di Stanley Kubrick Arancia meccanica. Anche qui al Taormina Film Festival gira e rigira i discorsi finiscono per sbattere puntualmente sul film che nel ’71 scandalizzò il mondo. Lui, del resto, ospite del festival con famiglia al seguito, non fa nulla per sfuggire al cliché di attore esagerato. Sulla terrazza di un noto albergo locale tutte le sere parla a voce alta, non disdegna il Marsala, gioca con il piccolo Beckett, vestito con la stessa giacca a righe di papà, gli stessi pantaloni bianchi, lo stesso ciuffo di capelli da teppista metropolitano del personaggio interpretato tanti anni fa dal padre: un clone perfetto, insomma. Speriamo solo non diventi eccessivo come il papà.
Che nell'autentico show improvvisato ieri con gli studenti siciliani, ha svelato di aver beffato tempo fa un’asta benefica. Così: «Di Arancia meccanica non avevo conservato nulla, se non un cappello. Che però nel corso degli anni ho perduto. Quando mi hanno telefonato per chiedermi se volessi venderlo per beneficenza ho risposto: nessun problema. Sono sceso al mercatino sotto casa, ne ho acquistato uno uguale e prima di metterlo all'asta l’ho firmato».
Ride di gusto, questo figlio di un operaio che prima di diventare attore vendeva caffè per sopravvivere. Caratteristica che in fondo lo accomuna a molti artisti hollywoodiani: «Ma che artista e artista. Io al massimo sono un artigiano. Nella mia carriera ho interpretato tanti bei film, ma anche tante schifezze. Del resto bisogna pur vivere. Io poi questo lavoro non lo volevo nemmeno fare. Perché recitare ai miei tempi non era da machi».
62 anni compiuti due giorni fa e festeggiati qui a Taormina, un film da realizzare presto con David Grieco, McDowell vive per lo più a Los Angeles, ma ama perdutamente la città dei Beatles e della propria infanzia: Liverpool, decaduta metropoli industriale inglese. E se gli parli dei Reds, di cui è tifosissimo, neo vincitori della Champions League, lo sguardo gli s’illumina.
Meglio insomma che ieri, occupato a festeggiare il compleanno, non abbia visto qui a Taormina in anteprima europea The game of their lives, storia vera, presentata quest’anno a Cannes, della disfatta inglese ai Mondiali di calcio del ’50 in Brasile. Nel film di Richard Aspaugh (regista dei primi episodi della serie Miami Vice) la perfida Albione viene sbeffeggiata dall’inizio alla fine e sconfitta dagli Stati Uniti. Un manipolo di eroi con magliette rimediate all'ultimo momento, una squadra messa in piedi poche settimane prima dell'inizio del torneo, che batte lottando gagliardamente gli inventori del gioco più bello del mondo: incredibile. Roba da dare coraggio anche a quanti a livello amatoriale giocano a calcio sapendo di essere una fantozziana armata brancaleone destinata a ripetute e sonore batoste. Solo per questo, The game of their life, atmosfere alla Momenti di gloria e un cast di attori tutti indovinati e tutti semisconosciuti a parte Gerard Butler, vale il prezzo del biglietto.

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