La «maledizione» d’Egitto dai greci a Napoleone

Il pettegolo Erodoto, gli arabi trafficoni, l’armata francese e le spedizioni di un artista da circo padovano dell’800

La storia dell’archeologia è innanzitutto storia di predoni, trafficanti, faccendieri. Gli studiosi accademici, gli scienziati dello scavo, arrivano tardi, e in genere quando il meglio è già stato scoperto. Prima ci sono uomini come Heinrich Schliemann, che svela la storia più antica della civiltà occidentale mentre se ne va in giro per il Levante trafficando in tappeti e cianfrusaglie. O come Lord Elgin, che impacchetta i marmi del Partenone e se li porta a Londra per la gioia degli eruditi britannici.
Questa regola vale anche, e soprattutto, per l’archeologia egizia. Il cui vero padre, per chi non lo sapesse, fu un saltimbanco da circo di origini padovane. E dove la regola del saccheggio vige da sempre: i primi a violare le antiche tombe e a sfidare la maledizione dei Faraoni furono i sudditi stessi dei Faraoni. Gli egizi di tremila anni fa erano già predoni di loro stessi: e questo sia detto anche alla faccia del luogo comune che addebita lo scempio del patrimonio culturale indigeno solo al bieco colonialismo degli europei.
La storia del saltimbanco padovano che fruga tra templi e piramidi, come quella delle antichissime razzie ai danni delle sepolture reali, si trova in un libro scritto dall’archeologo e divulgatore Brian Fagan: Sulle sponde del Nilo. L’avventura dell’archeologia in Egitto tra grandi scoperte e grandi saccheggi. Un libro già fortunato trent’anni fa, al tempo della sua prima edizione, ma che ora riappare ampliato e aggiornato, e tradotto in italiano dall’editore Corbaccio (pagg. 358, euro 18.60). Un racconto di avventure e scoperte archeologiche, ma anche una raccolta di spigolature su quello strano fenomeno che attraversa tutta la storia europea, e che va sotto il nome di egittomania. Già i greci, infatti, erano egittomani, e guardavano con rispetto e ammirazione a questa civiltà tanto più antica della loro. «Voi greci siete tutti bambini...», era l’affettuoso rabbuffo di un sacerdote egizio al poeta e legislatore ateniese Solone, secondo il racconto di Platone. Solone fu uno dei primi visitatori dell’Egitto, e anche nel suo viaggio alla curiosità culturale si associava l’interesse per i commerci, stando alle testimonianze antiche. Già ai tempi di Solone i mercenari greci al servizio del re egiziano Psammetico incidevano i loro nomi su una gamba della statua colossale di Ramses II ad Abu Simbel. Altro luogo comune smentito: il cretinismo vandalico del turista non è nato oggi (le iscrizioni sono ancora leggibili: ma perché Fagan non ne fa cenno?). Un secolo dopo Solone, invece, intorno al 460 a.C., arrivò lo storico Erodoto. Parlò con i funzionari, gli amministratori, i preti, la gente colta dell’Egitto, e ne trasse fuori una ingente mole di informazioni, curiosità e aneddoti. Troppi aneddoti, forse, secondo l’austero egittologo ottocentesco Auguste Mariette. «Detesto Erodoto - scrive Mariette -, poteva porre ai suoi interlocutori serie domande di ordine storico e invece ci racconta solennemente che una figlia di Cheope costruì una piramide con il frutto della prostituzione. Non sarebbe stato meglio per l’egittologia se egli non fosse mai esistito?».
E invece Erodoto è esistito e, anche grazie a lui, l’Egitto si è ammantato per sempre di un’aura di leggenda e di mistero. I meno sensibili a quest’aura, peraltro, sembrano essere stati gli egiziani stessi. Ci è rimasto il resoconto di un processo discusso davanti ai giudici di Tebe durante il regno del faraone Ramses IX (1126-1108) che è la prima testimonianza in assoluto di un caso di furti d’arte (e, se si vuole, anche la prima testimonianza di un uso politico della giustizia). Il processo nasce dalla denuncia di un funzionario tebano, tale Paser, contro un altro funzionario suo rivale, Pawero, accusato di complicità in razzie ai danni delle sepolture reali. Pawero veniva insomma indicato come il capo di una banda di tombaroli e trafficanti di oggetti antichi (antichi già allora). Ecco, dai verbali del processo, lo stralcio di una deposizione in cui un ladro racconta come si è introdotto nella tomba di un Faraone: «Trovammo l’augusta mummia del re. Attorno al suo collo vi erano numerosi amuleti e ornamenti d’oro, il suo capo era ricoperto da una maschera d’oro e la mummia stessa era adorna completamente di oro. Spogliammo la mummia del re di tutto l’oro che la rivestiva, e prelevammo gli amuleti e gli ornamenti e gli addobbi sui quali giaceva». Cronaca di tremila anni fa ma che da allora si è ripetuta svariate volte. Sotto la dominazione araba il commercio di antichità faraoniche era un’attività così diffusa che si finì addirittura per sottoporla a tassazione. A partire dal Rinascimento, inoltre, in Europa era cresciuta la domanda di «mummia»: grasso o polvere ricavata dalla bollitura di una mummia in un calderone. Cosa alquanto disgustosa, ma pare che la «mummia» fosse ritenuta un’ottima medicina.
Anche nell’Ottocento il saccheggio fu sistematico e organizzato. Muhammad Alì, un orfano albanese che riuscì a diventare padrone dell’Egitto dal 1805 al 1849, era molto amico degli europei e lasciava largo spazio a tutti i trafficanti. Benché, per un altro verso, si debba allo stesso Muhammad Alì l’ordinanza governativa che (in data 15 agosto 1835) istituiva il museo del Cairo e proibiva l’esportazione dei reperti. Ordinanza destinata a restare lettera morta per molti anni: persino monumenti interi venivano smontati e trasferiti in Europa. La svolta, comunque, era avvenuta già alla fine del Settecento, con la calata in Egitto di Napoleone, che aveva voluto al suo seguito una schiera di studiosi, archeologi, disegnatori. Le scoperte degli scienziati napoleonici scatenarono l’ondata di egittomania moderna che da Parigi contagiò presto tutta l’Europa. I consoli francesi e inglesi facevano a gara per razziare tesori con cui si riempirono i musei di Londra e di Parigi.
E in quegli stessi anni si aggirava per l’Egitto Giovan Battista Belzoni, figlio di un barbiere, nato a Padova nel 1778 e morto di febbri misteriose nel 1823, mentre cercava la via per Timbuctù. Il mondo aveva imparato a conoscerlo come il «Gigante Patagonico», quando, dall’alto dei suoi due metri e passa d’altezza, dava spettacolo nei circhi di Londra. Ma Belzoni, con le sue avventurose spedizioni, ha scoperto statue e monumenti celeberrimi: la testa colossale di Ramses II, che oggi è un vanto del British Museum, il tempio di Abu Simbel, la tomba del faraone Seti I nella Valle dei Re, le stanze segrete della Priramide di Chefren. A volte ladri e saltimbanchi servono la causa della cultura meglio degli eruditi.