Malesia, gli islamici imitano Mao: campi di rieducazione per «infedeli»

Chi si converte a un’altra religione viene condannato alla detenzione Dopo la «cura» fisica e psicologica l’apostata firma il «pentimento»

La Malesia, alla vigilia del suo 50° anniversario dell’indipendenza, che si celebra il 31 agosto prossimo, è nel pieno di una profonda crisi d’identità. La scorsa settimana il Paese ha fatto polemicamente parlare di sé per l’«invito», rivolto alla cantante Gwen Stefani, a indossare un abbigliamento consono alla tradizione islamica durante la tappa di Kuala Lumpur del suo tour. La richiesta è arrivata dall’ultra-ortodosso Pan-Malaysia Islamic Party, il partito d’opposizione che sta raccogliendo negli ultimi mesi sempre più consensi. Il fondamentalismo religioso dilaga, nonostante i grattacieli della capitale, i consistenti investimenti stranieri e l’economia in forte crescita.
La Malesia è una confederazione di 13 Stati e tre Territori federali, ognuno con un proprio governo. La Costituzione prevede la libertà religiosa. L’islam però rimane la religione di Stato e accanto ai tribunali civili ci sono quelli coranici che applicano la Sharia. Sulla carta d’identità sono obbligatorie tre voci: religione, lingua ed etnia.
In questo Paese che vanta modernità e tolleranza, c’è uno Stato dove accade qualcosa che sembra preso a prestito dalla Cambogia dei Khmer rossi o dalla Cina di Mao. Esistono dei centri di «rieducazione all’islam» per coloro che sono accusati di averlo abbandonato e si sono convertiti a un’altra religione. In questo caso la legge è uguale per tutti e non fa differenza se il nuovo credo abbracciato sia il cristianesimo, il buddismo oppure l’induismo. Nello Stato di Malacca, uno dei più ricchi della confederazione, l’apostata viene spedito dal Dipartimento di religione islamica direttamente al Centro di riabilitazione di Ulu Yam. Qui, chi ha la sfortuna di entrarci, viene sottoposto a torture sia fisiche sia psicologiche. Il periodo può variare, ma in genere cento giorni è la pena minima, perché considerato il tempo necessario per arrivare al fatidico «pentimento». Ai prigionieri quotidianamente sono inflitti veri e propri lavaggi del cervello per convincerli della loro «origine islamica». Il caso più eclatante è stato quella di una donna convertita all’induismo, Revathi Masoosai, internata per 180 giorni, che appena liberata ha denunciato alla stampa: «Vivevo in completo isolamento e nei pasti mi servivano carne di manzo, sapendo che noi induisti non possiamo mangiarlo».
Non va meglio in altre parti del Paese. Dei 13 Stati soltanto in uno è in vigore la Sharia. È quello del Kelantan, tra i più poveri, al confine con la Thailandia. La legge coranica è stata introdotta dal Pan-Malaysia Islamic Party, la sola amministrazione locale in cui ha la maggioranza. Il consiglio comunale di Kota Bahru, la capitale, all’inizio di luglio ha reso ancora più dure le pene per i peccati religiosi che mirano a colpire le minoranze, essendo la popolazione dello Stato a maggioranza islamica. A chi è soltanto sospettato di apostasia i tribunali coranici possono ora prescrivere una pena di sei colpi di frusta, cinque anni di prigione e una multa di tremila dollari. Alle ragazze musulmane sono bandite le minigonne, mentre è invece obbligatorio il velo. L’incubo del taglione e della lapidazione è più che concreto.
La crisi d’identità malese ha toccato anche i vertici politici, con un botta e risposta tra il premier, Abdullah Ahmad Badawi, e il suo vice, Najib Razak. Quest’ultimo nel corso di una manifestazione pubblica a fine luglio ha dichiarato: «Il nostro Paese non è mai stato laico perché questo significherebbe separare il nostro governo dai principi dell’islam». La frase ha acceso un’aspra polemica che ha costretto il primo ministro a correre ai ripari. «La Malesia non è uno Stato secolare - ha ricordato -. Non è neanche una teocrazia come l’Iran o il Pakistan. Il nostro è un governo basato su una democrazia parlamentare». Se l’indipendenza politica è arrivata 50 anni fa, adesso la Tigre del sud-est asiatico deve lavorare molto per arrivare a una comune identità culturale. Senza aspettare altro mezzo secolo o farsi sottomettere dal fondamentalismo islamico.