MamBo: l’arte contemporanea diventa pane quotidiano

Era un grande forno del 1915 l’edificio ristrutturato che adesso ospita artisti da tutto il mondo

Un edificio storico, il Forno del Pane, nato nel 1915 per rispondere all’esigenza di rifornimento alimentare dopo la Grande Guerra, risponderà in futuro alle esigenze culturali dei bolognesi. Si è infatti appena inaugurato MamBo, il Museo d’Arte Moderna del comune di Bologna. Un museo che nasce con un acronimo dal ritmo così, non può che guardare al futuro. Sarà il museo dell’arte più contemporanea, del «presente avanzato» come dichiara il giovane direttore Gianfranco Maraniello. È un progetto che si realizza dopo una gestazione decennale, seguita con passione dal presidente, Lorenzo Sassoli De’ Bianchi. «È la realizzazione degli sforzi di tanti aggregati culturali - dice - la dimostrazione che con obiettivi precisi anche nel pubblico si possono realizzare progetti importanti. La bussola che orienterà il Museo sarà di essere didattici, ma non didascalici».
Sono 9.500 metri quadrati luminosi che inglobano e lasciano a vista parti dell’edificio più antico. Cuore degli spazi espositivi, le grandi navate centrali molto spettacolari, su cui guardano aperti i piani superiori, con una visione dai lucernari fino al piano terra. Lì trova spazio la mostra inaugurale «Vertigo - Il secolo di arte off-media dal Futurismo al web» curata da Germano Celant e Gianfranco Maraniello (catalogo Skira). Si viene accolti da voci, voci degli artisti che si attivano camminando su un pavimento reattivo, parte dell’allestimento aereo di Denis Santachiara, ed è subito chiaro l’intento dei curatori: «Un nuovo modo di mostrare e attraversare la storia - dice Germano Celant -, vedere quali sono le radici del contemporaneo con una mostra che diventi un contributo inedito per capire l’oggi. Dopo un secolo come il ’900 vediamo che sono caduti i confini, non c’è più distinzione tra i linguaggi degli artisti, nessuno sceglie più un solo mezzo per comunicare la propria visione. Il diamante che taglia il vetro della storia è la comunicazione».
E «Vertigo» è composta da quadri, libri e locandine, foto, video, in una con-fusione che parte dai tentativi di massificazione attraverso il libro dei cubisti, i futuristi con Depero, Marinetti e Balla, per la fotografia Man Ray e Bragaglia, poi la radio, nel 1933 il sonoro come momento storico, fino ad arrivare all’installazione di Luca Samaras del 2005 che compatta nel computer più di 4000 immagini. Spina dorsale della mostra è il percorso che va dalla radio di Guglielmo Marconi fino all’iPod, esempi lampanti del cambiamento. In mezzo si va da Picasso a Braque, da Dalí a Duchamp, Dubuffet e Fontana per arrivare a Gursky, Jeff Wall e Nam June Paik. E ancora John Baldessarri, Maurizio Nannucci, Ed Ruscha, Thomas Hirschorn, Remo Salvadori, Stefano Arienti e Paul McCarthy, solo per citarne alcuni. Continua Celant: «Abbiamo messo tra due classici lavori di Andy Warhol il suo film Empire, perché sono la stessa realtà, si guarda a tutto in modo orizzontale. È una mostra a due strati: nel ’900 il ribollire del vulcano, poi la punta dell’iceberg delle indicazioni sull’oggi».