"Mamma mia!", che disastro se il passato torna a essere futuro

Musica, televisione, libri, cinema, pubblicità: è il trionfo dell’Amarcord. Ma i repêchage della storia sono inutili e pericolosi. Dietro non c’è salvezza<br />

Magari è solo «nostalgia canaglia», e magari non è nemmeno più quella di un tempo, magari si inseguono i «migliori anni della nostra vita» perché nell’epoca in cui si vissero nessuno si accorse che erano tali, e magari in tempi di crisi, quando non si capisce più bene chi siamo e dove vogliamo andare, l’identità perduta di un «come eravamo» improbabile quanto edulcorato è l’unica possibile da rivendicare.
Come che sia, alla televisione è il trionfo dell’amarcord in stile Raccontami, ieri i Cinquanta della ricostruzione e ora gli anni del boom, oppure riscritto sotto forma di parole e musica, vulgo canzonette: i Settanta contro gli Ottanta, il rock contro la discomusic... A teatro Shel Shapiro si accinge a proporre Sarà una bella società, e non si capisce bene se ci fa o ci crede, al cinema va alla grande Mamma mia!, dove Meryl Streep ha almeno vent’anni di più degli spasimanti di cui dovrebbe essere coetanea, ma la colonna sonora degli Abba risulta talmente ruffiana che nessuno si sogna di dire che allora, quando c’erano i Pink Floyd, l’aveva ritenuta spazzatura... Negli spot è il momento della «pubblicità regresso», i gesti e gli oggetti che abbiamo dimenticato, lo smanettare sulla manopola della radio per prendere i programmi, il mangiadischi, il frisbee, propedeutici per farci ricordare la modernità telematica che ci circonda, nel romanzo si scopre l’ambizione di raccontare l’Italia attraverso la televisione (I giorni felici di Teresa Ciabatti), o la musica leggera (Gli anni veloci di Carmine Abate)...

È un’indebita euforia il pensare che tutto (o quasi) possa accomodarsi tornando al buon senso antico e viene in mente quella splendida canzone di Bruno Lauzi, Ritornerai, che Nanni Moretti usò a metà degli anni Ottanta, nel film La messa è finita, per sottolineare la malinconia di ciò che era andato perduto. Ma così come il cantautore genovese, portando a Sanremo questo valzer musette al tempo del trionfo del beat, venne eliminato al primo turno, appare difficile credere che solo da un passato che torni a essere futuro, verrà la salvezza. E non tanto perché quel passato non era poi così fatato come si tenta di accreditare, quanto perché la «nuova società» in cui viviamo marcia su dei ritmi e su delle scelte di vita opposte. Ci illudiamo che bastino i grembiuli a scuola per ridare alle nostre figlie la compostezza e il decoro dell’Italia che ci vide bambini, e intanto le forniamo di telefonini con cui filmeranno striptease casalinghi da vendere per comprarsi la t-shirt alla moda...
Abbiamo avuto l’orgia dei Sessanta, ricordate? I formidabili, i magnifici... Il problema è che la nostalgia non è la storia, la difesa-ricordo di un passato, una tradizione, un patrimonio comune, ma più semplicemente un tic generazionale, il far partire tutto dalle proprie esperienze: che so, la musica dai Rolling Stones, il cinema da Godard, la politica da Pannella, il calcio da Edmondo Fabbri... Ogni generazione taglia via il sentimento d’appartenenza di quella precedente e costruisce il proprio Pantheon a ciò che non c’è più. Dopo i mitici, e anche un po’ patetici, Sessanta è stato il tempo dei terribili e molto settari Settanta, quelli in cui, fra sangue e spranghe, la Barilla comunque lanciò la linea del Mulino bianco, entrarono in circolazione i miniassegni, l’inflazione arrivò al 17 per cento, ma il 35,4 per cento degli italiani andava in vacanza, il 70 per cento con un proprio mezzo di trasporto e in tutta Milano c’erano solo 12 automobili munite di telefono... I Settanta su cui si abbatterà la maledizione di Pier Paolo Pasolini: «Gli italiani sono divenuti in pochi anni un popolo degenerato, ridicolo, mostruoso, criminale». Dieci anni fa, la morte di Lucio Battisti in fondo è stata una sorta di lutto collettivo per la generazione che oggi viaggia tra i quaranta e i sessant’anni, l’addio al campione di un’età mitica della giovinezza in cui dentro c’era un po’ di tutto, primi viaggi e primi amori, occupazioni e cortei, il rifiuto ideologicamente motivato di crescere, l’ansia di fermare il tempo nel momento in cui più intensamente lo si consumava. Ovvero il correre di una generazione verso non si sa bene dove, ma sempre e comunque al massimo, perché poi la giovinezza passa e uno non fa in tempo ad accorgersene che è già finita e ciò che gli resta è la nostalgia di quello che non può tornare: capelli lunghi, giuramenti assoluti, affermazioni sovrane.
Nell’attesa di mitizzare i Novanta (fidatevi, ci sarà tempo per i loro esegeti, basta lasciarli crescere) si fa sempre più forte la nostalgia degli Ottanta, «gloriosi e fangosi», quelli in cui trionfò sì la volgarità, ma si innalzò il prodotto interno lordo, esplose sì il consumismo, ma venne abbattuta l’inflazione, vennero meno sì gli ideali, ma diventammo la quinta potenza industriale del mondo... Fu allora che l’Italia divenne moderna nei costumi e cercò di essere decisionista in politica.
È un repêchage nostalgico-futurista che ha una sua logica, non fosse che dopo gli Ottanta arrivarono i Novanta, il che è nell’ordine numerico delle cose, ma dal punto di vista storico significò la fine traumatica di un’epoca e l’aprirsi di un nuovo ciclo di cui, allo stato attuale, nemmeno il Divino Otelma, il Mago Forrest o il Mago Casanova, a scelta, possono prevedere l’evolversi. E quella fine traumatica qualche cosa avrebbe pur dovuto insegnare in termini di conduzione della vita pubblica, selezione delle classi dirigenti, non ingerenza dei partiti politici e dei poteri economici, linearità nei comportamenti intellettuali, dignità statuale. L’impressione, insomma, è che gli Ottanta non furono «gloriosi» nonostante fossero anche «fangosi», ma che fossero «fangosi» anche nel loro essere «gloriosi». La loro vitalità era sana quanto il brulicare dei vermi su un pezzo di carne andata a male.
Nella conta dei fagioli di Raffaella Carrà c’è la televisione dei Fatti nostri che trionferà in seguito, l’Italia di Toto Cutugno anticipa quella del presidente Scalfaro, il Bon ton di Lina Sotis prepara quello di Flavio Briatore, lo storico primo incontro fra metalmeccanici e comunità gay a Bologna («sono d’accordo con il compagno busone che ha parlato prima... ») è il viatico per i Vattimo e le Vladimir Luxuria politici.
Ci sono gli yuppies, i paninari, le finte bionde, le casalinghe che giocano in Borsa, i Rambo di Sylvester Stallone e I Fichissimi di Diego Abatantuono. C’è Popi Saracino, processato e condannato come mandrillo per ritrovarsi cinque anni dopo assolto per non aver commesso il fatto, una sentenza che racconta la parabola del femminismo in Italia meglio di un trattato sociologico.

Ci sono anche i fatti tragici, talmente tanti che l’idea del decennio «riflussato» necessita di qualche messa a punto. Strage di Bologna, scandalo dei petroli, terremoto in Irpinia, Ustica, assassinio di Walter Tobagi, dell’ingegner Taliercio, del generale Dalla Chiesa, sequestro Dozier, attentato al Papa. È insomma un decennio attraversato da molte morti. Di personaggi straordinari e di povere vittime oscure. C’era ancora il terrorismo, c’erano le stragi.
Sacro e profano. Gei Ar e Enzo Tortora, i Duran Duran e Sigonella, Michele Sindona e il segretario del Pci Alessandro Natta sfottuto sulla copertina di Tango. Memorabile è il ricordo dei politici canterini alla trasmissione Cipria: il socialdemocratico Michele Di Giesi che canta L’uccellin che vien dal mare, il repubblicano Oddo Biasini che gorgheggia Signorinella, il democristiano Calogero Mannino impegnato con la Turandot, il liberale Alfredo Biondi con Buon anniversario... Poi ci si domanda da dove venga il discredito della nostra classe politica.
C’è chi sostiene che in quel decennio cambiò il modo di vedere il tempo, di consumare, di vivere, la gerarchia delle cose che consideriamo importanti. E stabilire se in meglio o in peggio è valutazione soggettiva.
La mia antipatia verso esso, per esempio, la si può collegare al fatto che fu allora che cominciai a lavorare, e certi traumi non si dimenticano... E però, e alla fine, quello che del decennio non mi piaceva, e non me ne fa avere nostalgia, è quel combinato-disposto di rampantismo, menefreghismo, cinismo, arrivismo, qualunquismo (di Sinistra, pensa un po’) che lo caratterizzò. C’era una generale ritorno all’ordine nell’idea che tutto fosse già stato tentato, già detto, già pensato, e nella speranza che lo sfruttamento intensivo delle posizioni, il cambiare disinvoltamente bandiera, garantisse il funzionamento del sistema. Non si credeva più nei partiti, ma si continuava a usarli come moneta di scambio, non si sognavano più rivoluzioni, ma l’averle sognate garantiva la cooptazione nei centri di potere, si praticava l’edonismo di massa con la stessa disinvoltura con cui prima si era vissuto il pauperismo da comune. Non sorprende che poi sia saltato tutto, casomai è sorprendente che un tale meccanismo sia riuscito a durare così a lungo. Mamma mia!, per dirla con gli Abba. Appunto.