AL MANSUR Il Napoleone dell’anno 1000

I suoi uomini lo chiamavano «il Vittorioso per grazia di Dio». Per la cristianità divenne un «flagello» Che tuttavia incluse molti «miscredenti» nelle sue schiere

Algeciras: il vestibolo dell’Europa per il generale berbero Tariq ibn Ziyad che nel 710, conquistata Tangeri, varcò con settemila guerrieri lo stretto di cui divenne eponimo, Gibilterra. In nome di Al Malid, emiro Omayyade di Damasco, abbatté nella battaglia di Guadalete Roderico, ultimo reggente visigoto, ammantando la Spagna con i poteri, i colori, i sapori, la civiltà dell’Islam. Nel parco della città, una scultura effigia Muhammad ibn Abî Amir, l’uomo che circa tre secoli dopo, al varco del fatidico Mille, segnò nel Paese l’impronta più vistosa. Lo scultore non disponeva di riferimenti reali per il suo soggetto.
Il ritratto che gli consacrò alla metà del ’600 Francisco de Zurbarán, una specie di pirata moresco, barbuto, gran turbante e mano sinistra che poggia mollemente sulla scimitarra, è del tutto fiabesco. Così la statua è una sintesi ideale. La mano destra è sull’impugnatura della spada; l’altra regge il Corano, che è anche il sommo codice legislativo: giurista e guerriero, intreccio che si sublima in politico, statista, specialista del potere. Ma è un altro il monumento che ricorda questa figura con più impressionante eloquenza visiva. Nella Sierra de Gredos, cuore montagnoso della penisola iberica, si erge per più di duemilacinquecento metri il masso granitico del Pico del Moro Almanzor, come l’Europa cristiana pronunciava, con brividi, il titolo di Al-Mansur bi-llah, «il Vittorioso per grazia di Dio». Il Sistema Centrale, di cui la Sierra è più poderosa costola, segna il baricentro geografico tra Cordova, a Sud, la città palatina di Al-Andalus, e Santiago de Compostela, a settentrione, punto nevralgico della religiosità occidentale, con le reliquie di San Giacomo, capolinea del più venerato pellegrinaggio.
Da Cordova, sede del suo potere, mosse Al-Mansur nel 997, per la più vistosa e simbolica delle oltre cinquanta vittoriose campagne scagliate contro i principati cristiani di Spagna, frenesia di battaglie che gli valse l’attestato di «flagello dell’anno Mille». Sullo slancio, e secondo i più puri dettami del gihad, la «guerra santa», il condottiero si arrestò solo quando gli zoccoli del suo cavallo si bagnarono nelle acque dell’Atlantico. Santiago fu ridotta in polvere. I battenti delle sue porte trasformati in carpenteria per la nuova immensa moschea di Cordova. Le sue campane trafugate, con i batacchi fusi in lampade sacre. La pietà religiosa di Al-Mansur brillò nel risparmiare la tomba dell’Apostolo e il monaco guardiano. Tutto così lineare? Per niente. Lo storico Ibn Idari, che stese la relazione di questo raid amiride, ricorda che un profluvio di sete, di broccati, di pellicce di fennec e, naturalmente, d’oro, frutto del bottino, fu riversato dal trionfatore non solo sui compagni d’arme musulmani, ma anche sui principi cristiani che si accodarono all’impresa. Curioso, questo flagello dei «pagani», che include i «miscredenti» nelle sue truppe e li compensa con tale generosità.
Chi era, veramente, Al-Mansur? Le fonti storiche, sia arabe, sia di parte avversa, contrastano perfino sul suo aspetto fisico, che ora è di severa e maestosa avvenenza, ora di «scimmia grigiastra», che invece di galoppare alla testa delle schiere, viaggia su una portantina retta da schiavi mori. Philippe Sénac, medievista dell’Università di Toulouse, storico e archeologo, fa il punto, dedicando a questo controverso gigante della vicenda ispanica un saggio, fitto di dati, ora disponibile anche per il lettore italiano (Al-Mansur, Salerno Editrice, pagg. 180, euro 13,50, traduzione di Alessandra Di Lernia). Di nobili origini (un suo antenato combatté a fianco di Tariq, compensato con feudi ad Algeciras) Al-Mansur studiò diritto e filologia araba a Cordova. Ma il suo progetto era il potere. Scalò veloce i gradi, fino a hagib, capo del governo, formalmente al servizio del Califfo, da lui esautorato, ma, in sostanza, premier assoluto (con serie inclinazioni al dispotismo) del dominio islamico che, arroccato in Al-Andalus, lasciava ai potentati cristiani ben scarse briciole di Spagna.
Resta un mistero dove e come si sia fatto le ossa di capo militare. Non lo bloccavano fiumi e cime innevate; concepì, su imitazione di Alessandro il Grande, piani di impero universale, con la riunificazione dei califfati; macchinò raid annuali che per rapidità e potenza lo fecero paragonare da qualche entusiasta alla folgore napoleonica; ebbe senso dello Stato e qualità organizzative che facilitarono lo sfruttamento propagandistico della sua immagine «spagnola», come antesignano del caudillo, Francisco Franco. Tra le luci di vittoria, dense ombre, puntualmente rivelate da Sénac. Il suo modello di gihad non s’ispirava al divino, ma al politico. Lo schema dell’assalto non conduceva alla conquista territoriale, troppo dispendiosa da mantenere. Tendeva a dividere, con acume, gli avversari cristiani, con un sistema di alleanze anche dinastiche (Al-Mansur sposò una figlia del re di Pamplona), volto a scardinare eventuali coalizioni avverse al suo dominio.
All’interno, l’attivismo militare forniva un doppio beneficio: cementava le comunità islamiche, frammentate etnicamente (melting pot di mercenari berberi, schiavoni, genti indigene, borghesia ebrea, con un’aristocrazia araba riottosa e invadente) e fungeva da volano economico, con traffici e guadagni, dalle forniture belliche al rilascio di ostaggi, al fiorire del mercato schiavile (settantamila prigionieri smerciati dopo la devastazione di Barcellona). Con Al-Mansur lo splendore andaluso toccò l’apogeo: premonizione di declino. Dopo di lui, il diluvio. Il frantumarsi del Paese in reami litigiosi, i successori inetti, un’economia a rotoli anche per carestie e pestilenze (su cui indaga ora l’archeologia, strumento innovativo impiegato da Sénac), un rafforzarsi, un serrare le file dei monarchi cristiani furono i germi della Reconquista. La prospettiva storica si ribalta: flagello fu Al-Mansur, non dei fedeli della croce, ma del suo mondo, archi e scimitarre, poesie e fontane, aranceti e denari d’oro, palazzi e alcazar, Cordova e Granada, abbandonando la quale, quattro secoli più tardi, Boabdil, l’ultimo erede, pianse di nostalgia. E oggi un cippo, con la scritta «El suspiro del Moro», indica il punto dell’epilogo.