Mantova celebra il mito di Nuvolari a Palazzo Te

Mantova celebra alle Fruttiere di Palazzo Te (fino al 18 dicembre)
l’epopea di questo suo figlio prediletto e lo fa con una mostra duplice
che se da un lato ripercorre in immagini la carriera di quella che fu
una sorta di saetta futurista, dall’altro presenta per la prima volta
il Nuvolari fotografo

Il «campionissimo», l’«asso degli assi», il «mantovano volante», il «diavolo giallo». Tutto nella vita di Tazio Nuvolari fu all’insegna del mito e della leggenda: ossa rotte e vittoriose resurrezioni in pista, rimonte impossibili e lutti crudeli, un fisico gracile e sforzi sovrumani... Nessuno ha incarnato come lui l’idea stessa della velocità e il romanticismo delle corse: quando morì, l’11 agosto del 1953, il corteo funebre si allungò per qualche chilometro dal centro di Mantova al cimitero. La bara era stata messa su un telaio di macchina e a scortarla c’erano Alberto Ascari, Luigi Villoresi, Juan Manuel Fangio, il gotha dell’automobilismo. Fu sepolto con gli abiti che indossava sempre in corsa: un maglione giallo, pantaloni blu e una sciarpa tricolore. Al fianco il suo volante preferito, ma qualcuno fra il commosso e l’ironico, ricordò che alla Coppa Brezzi, nemmeno dieci anni prima, il volante della Cisitalia gli era rimasto in mano, ma lui aveva continuato a guidare con i monconi della staffa....

A vent’anni e passa dalla morte, a dimostrazione di come quel mito non fosse per nulla sbiadito, Lucio Dalla gli dedicherà un piccolo poema sonoro che è un capolavoro di parole e musica: «Nuvolari è basso di statura/Nuvolari è un pericolo costante», il suo motore «taglia ruggendo la pianura» e insomma, «quando passa Nuvolari, /quando corre Nuvolari/quando scatta Nuvolari»....

Adesso Mantova celebra alle Fruttiere di Palazzo Te (fino al 18 dicembre) l’epopea di questo suo figlio prediletto e lo fa con una mostra duplice che se da un lato ripercorre in immagini la carriera di quella che fu una sorta di saetta futurista, dall’altro presenta per la prima volta il Nuvolari fotografo. E non è un caso che la doppia esposizione, curata da Gianni Cancellieri e Adolfo Orsi, abbia un unico titolo, «Quando scatta Nuvolari», appunto, dove il verbo in qualche modo rimanda sia alla potenza dell’imprendibile campione, sia al clic dell’apparecchio fotografico...Sotto quest’ultimo aspetto, il corpus presente è imponente (25o immagini selezionate da 2575 negativi) e il risultato felice: grande senso dell’inquadratura e della luce, curiosità cronachistica, immagini pubbliche e private, la famiglia, i figli, i viaggi, il mondo delle corse, ma tutto però in un’ottica da osservatore più che da protagonista, e senza alcun intento auto-celebrativo.

Nato nel 1892, figlio di un agricoltore benestante con la passione della velocità, a dodici anni il piccolo Tazio assistette per la prima volta a una gara automobilistica, il Circuito di Brescia, e ne restò folgorato. Quello stesso anno impara ad andare in moto, l’anno dopo ruba di notte l’auto paterna...Il suo è un destino segnato. Dopo la guerra, che lo vede autista di ambulanze, camion, vetture, Nuvolari prende la licenza come corridore motociclista e nel giro di tre anni s’impone come rivelazione. Alla moto affianca via via l’automobile ed è nel 1930 che avviene la svolta: corre con l ’Alfa Romeo, vince le Mille Miglia e poi la Targa Florio. È talmente famoso che il vate per eccellenza, Gabriele d’Annunzio, vuole conoscerlo. Nell’incontro al Vittoriale, il poeta gli regala una piccola tartaruga d’oro con la dedica: «All’uomo più veloce, l’animale più lento». «In cambio dovrete vincere la prossima gara» gli dice. «Io corro solo per vincere» è la risposta. La mostra che ne ripercorre la carriera espone foto, filmati, cimeli e alcune delle auto e delle moto che con lui furono protagoniste: la Bugatti T37, la Maserati 8CM, la Bianchi Freccia azzurra. Sulle due e sulle quattro ruote Nuvolari collezionò qualcosa come 141 vittorie, cinque primati internazionali di velocità, un titolo di campione d’Europa e sette di campione d’Italia, 350 fu il totale, per difetto, delle gare a cui prese parte.

«Storie, velocità, passioni» è il sottotitolo di una rassegna che racconta la vita e le imprese di un uomo fiero, spesso controcorrente, a cui la vita non risparmiò dolori: due figli, Giorgio e Alberto, morti ad appena diciott’anni, uno per una miocardite, l’altro per una nefrite. Di lui resta come epitaffio, la frase di Ferdinand Porsche: «Il più grande pilota del passato, del presente, dell’avvenire».