A Mantova tra un uovo e una gallina

Di una cosa siamo certi: il Festival della Letteratura di Mantova ha cambiato il mondo della cultura. Boom, direte voi, questa le spara grosse. Grossissime. Esagerate. Premesso che nessuno degli organizzatori ha pagato un euro per l’estensione di questo scritto (non è pervenuto neppure un tortello di zucca o una fetta di sbrisolona), il discorso è più serio di quello che potrebbe apparire a una lettura superficiale e torna bene parlarne proprio mentre nella cittadina lombarda si apprestano a festeggiare con gran clamore il decimo anniversario della prima edizione. Il Festival di Mantova è una pietra miliare perché ha profondamente modificato il modo di approcciare la cultura, con una formula (un po’ come la Coca-Cola o la Settimana Enigmistica) che vanta innumerevoli tentativi di imitazione, ma che nessuno è mai riuscito a riprodurre tale e quale.
Su questo format (avvicinare la massa al libro, togliere un po’ di muffa all’idea di letteratura, far girare gli autori liberamente per la città, visibili, toccabili, autografabili) si sono in questi dieci anni dette varie cose, riassumibili in due filoni: i contrari e i favorevoli. Da un lato chi caldeggia comunque l’apertura a un pubblico più ampio, anche se non qualificato, anche di lettori casuali, attratti più dall’evento mediatico che dalla passione per la parola scritta. Dall’altro chi denigra questi fenomeni come cultura di terz’ordine, «non prendiamoci in giro, in questi luoghi non si fa certo letteratura», meglio pochi, maledetti ma buoni.
Nonostante le critiche, la formula Mantova ha vinto, sbaragliando le perplessità dei puristi e lo dimostrano la miriade di festival, rassegne e appuntamenti che ormai proliferano in ogni angolo d’Italia: non c’è assessore provinciale, comunale o rionale che non aspiri a sponsorizzare il borgo (meglio se medievale), la frazione e il paesello con un Evento Culturale. Quanto prima succedeva con la sagra della porchetta o del fungo fritto, adesso avviene per l’Evento. Spesso queste manifestazioni sono davvero di infimo ordine, ripetitive, con ospiti sempre uguali, travet della presentazione e commessi viaggiatori della cultura, attori di una commedia dove si ripetono sempre le stesse parole e il finale non cambia mai (qualche domanda, qualche applauso e l’immancabile autografo).
Eppure la gente accorre.
Perché? Cosa muove migliaia di persone a strascicare i sandali sul pur nobile selciato di Mantova, a mettersi in fila e pagare il biglietto per assistere a presentazioni e dibattiti (diciamocelo) spesso noiosissimi e assolutamente inutili, invece che indirizzarli sul greto del Mincio nella speranza di carpire gli ultimi raggi di sole settembrino? Per Mantova e per tutti i festival affini si pone il fatidico dilemma se sia nato prima l’uovo o la gallina, ovvero se sia nata prima l’esigenza del pubblico di avere un prodotto culturale (o simil-culturale) o se l’offerta abbia creato la domanda.
Fenomeno analogo all’altro grande rebus culturale degli ultimi anni, quello dei cosiddetti «collaterali», i libri venduti in edicola insieme con i giornali: come mai un titolo disponibile in libreria a un prezzo più o meno analogo vende un decimo di quanto faccia se inserito in una collana e allegato a un quotidiano e smerciato in edicola? Misteri dell’emulazione, della serialità, in una parola, della massificazione.
Ecco perché, comunque, da dieci anni a questa parte qualcosa è cambiato profondamente. Agli esperti (sociologi? massmediologi? tuttologi?), il compito di spiegarcene i motivi.