Manzoni e la magia dei lavori in corso sui «Promessi sposi»

Un’edizione di pregio, con note e varie carte autografe del maestro milanese, che contiene anche «La colonna infame»

Strenna irresistibile, quella che ci propone la Salerno editrice: I promessi sposi e la Storia della colonna infame, anastatica dell’edizione integrale del 1840-42. Al lettore dunque il capolavoro manzoniano si ripresenta nel formato e nella impaginazione originali. A quell’edizione, che l’autore dichiarò «definitiva», offre un commento e un corredo di apparati critici Luca Badini Confalonieri. Così, al volume di 864 pagine, comprensivo del romanzo e della Storia della colonna infame, sua mirabile appendice, il cofanetto odierno ne aggiunge uno di 235 pagine: il «commentario» del curatore, prezioso non solo per i rilievi filologici ma anche, fra l’altro, per una documentazione iconografica - 48 tavole fuori testo - da cui meglio si capisce l’importanza che il grande milanese assegnava alle illustrazioni, davvero numerose, che dovevano contribuire e di fatto contribuirono alla fortuna dell’opera: un’opera divulgata dapprima, come si sa, in dispense quindicinali a partire dal novembre 1840.
Polemizzando con quanti, editori e studiosi, l’hanno trascurato o quasi, Badini Confalonieri sfrutta invece al massimo il «tesoro manzoniano», cioè quel patrimonio di note e carte varie custodito alla Biblioteca Braidense di Milano e contenente anche prove di torchio e dispense con correzioni di pugno del Manzoni medesimo.
Insomma questo scrittore che nel 1840 decide di farsi editore in proprio e non perde di vista neppure un attimo la lenta ma sagace promozione della macchina-romanzo torna a noi in tutta la sua inquieta alacrità nel commentario di Badini. Approvandole o indicando quali siano i ritocchi da apportarvi, Manzoni scrutina senza la minima distrazione le «vignette» che con la nuova tecnica della xilografia gli vengono preparate da una serie di artisti scelti ad hoc fra i più capaci dell’epoca; e se il celebre Francesco Hayez si defila (lasciando però qualche bella prova di stampa), il più giovane Francesco Gonin, piemontese, si scopre subito in sintonia col gusto e le esigenze del Manzoni, tant’è che finisce per illustrargli, lui da solo, forse i nove decimi dei Promessi sposi. Tra i modelli forniti dall’iconografia allora più accreditata, Badini seleziona esempi ragguardevoli, in ispecie da illustratori francesi del Gil Blas, di Cervantes, di Molière: serbatoi ai quali attingere dovendosi raffigurare il cavaliere o il gaglioffo, l’ecclesiastico o il popolano nelle fogge del secolo XVII in cui il romanzo è ambientato.
Per un lettore non specialista risultano di sicura utilità proprio e soprattutto i commenti di Badini alle illustrazioni e alle «intestazioni» che, spesso in forma di emblema, sormontano l’inizio dei capitoli, e ai «capilettera» che li aprono. Nel segnalarcene di volta in volta l’origine (per mezzo di rinvii all’epistolario manzoniano o ad altre fonti), il curatore fa leva sul postulato dell’unità inscindibile fra il testo scritto e quello «figurato» che lo punteggia. E se di recente anche l’edizione Nigro (2002, nei «Meridiani» Mondadori) restituiva il romanzo alla doverosa unità di scrittura e figura, il formato della collana comportava purtroppo il rimpicciolimento della «vignetta», a scapito della visibilità dell’insieme e più ancora dei particolari, sui quali per contro Badini insiste, nella certezza che non si diano “segni” superflui o marginali, in un così fitto susseguirsi di illustrazioni, e che tale fosse anche, nel 1840-42, l’opinione dell’autore.
A chi vorrà procurarsi questa splendida strenna raccomanderei, per cominciare, una sosta sugli indimenticati episodi che gli fecero conoscere a scuola: l’incontro di don Abbondio coi bravi e la fuga di Agnese e Lucia dal paese natale; i tumulti milanesi in cui Renzo si lascia intrappolare e la torbida vicenda di Gertrude, il ratto di Lucia e la conversione dell’Innominato, la peste con lo struggente addio della madre a Cecilia e il lazzaretto, scenario ai commiati sia di don Rodrigo che del padre Cristoforo (di qui l’obbligo, peraltro remunerativo, di leggere anche la Storia della colonna infame, dove Manzoni rovescia ogni «infamia» sui magistrati che, perversi interpreti di una pessima giurisprudenza, inflissero tortura e morte ai miseri «untori»)... Quei luoghi e quei personaggi del romanzo sono, diremmo oggi, «icone» durevoli di una gloriosa civiltà letteraria. E se adesso le riavviciniamo giovandoci delle illustrazioni, e del commento di Badini alle illustrazioni, ci parranno più vivide che mai. Noteremo un particolare che la memoria aveva smarrito, una figurina, un gesto, un gioco sapiente di chiaroscuri. E poi i paesaggi, e le scene di massa, in una Milano rappresentata con mano maestra per scorci essenziali...
Che altro desiderare, quando un’opera - e che opera! - torna a sollecitarci, come in questo caso, nella sua integra, motivata complessità?