MAPPAMONDO Sfera delle mie brame

La rappresentazione della Terra: strumento del sapere scientifico e oggetto artistico ma soprattutto sogno e metafora del viaggio

nostro inviato a Venezia
Sulla punta della Dogana La Fortuna di Bernardo Falcone se ne sta in piedi su un globo luccicante oro. A seconda del vento la silhouette danza in costante, mutevole equilibrio e mai l’instabilità dell’essere e la casualità del vivere trovarono più plastica rappresentazione di quella sfera reale e metafisica che è il loro campo d’azione. Utili strumenti del sapere, indispensabili per impreziosire le biblioteche di regge, palazzi nobili, conventi, e insieme «giocattolo da principe», i mappamondi raccontarono a lungo la passione scientifica della conoscenza come dominio e quella estetica della conoscenza come piacere. Vederli per la prima volta riuniti nelle sale del veneziano museo Correr, in una mostra che li celebra («Sfere del cielo, sfere della terra. Globi celesti e terrestri dal XVI al XX secolo», fino al 29 febbraio), fa un certo effetto, una sorta di prodigio artigianale e fantastico, rigoroso e bizzarro.
All’interno del gigantesco globo fatto realizzare a Gottorp da Federico III di Svezia a metà Seicento, un secolo dopo Caterina di Russia, che lo aveva ereditato da Pietro il Grande, riceveva una decina di convitati a banchetto. Nei due ciclopici realizzati da Vincenzo Coronelli per il Re Sole c’era spazio per trenta persone e l’idea di poter stare seduti nel centro della terra, nel suo grembo, è di quelle che mettono in moto le più fervide fantasie. Che cosa manovra e regola l’universo, qual è il suo meccanismo? Motore immobile? Pulegge? Esseri angelici e/o diabolici? E se la terra è cava, dove si cela il suo segreto, il codice cosmogonico della sua armonia?...
Per i viaggiatori immaginari, per gli esploratori sedentari, il globo costruito in legno, cuoio, cartapesta, gesso, carta stampata e incollata alla superficie stessa, è più e meglio di una carta geografica: l’intero mondo a disposizione nello spazio di una sfera. Ad altri il compito di nuove rotte, nuovi popoli, continui pericoli: per il suo viaggio immaginario il viaggiatore del globo non aveva bisogno di uscire dalla sua biblioteca, un «viaggio attorno alla camera», per dirla con l’omonimo libro di François Xavier de Maistre, ma non meno avventuroso e poetico, non meno eccitante ed estremo, non meno affascinante e «vero». L’elemento tridimensionale permetteva una mimesi totale che nello sforzo di rendere oltre la forma anche la sostanza della stessa, la sua naturalità, sfociava in una dimensione metafisico-simbolica, fantastico-evocativa. Di qui l’elemento pittorico, i venti, i mari e i fiumi in forma anamorfica, le costellazioni e i segni zodiacali ricreati, le terre «incognite» e quindi immaginate e/o rivelate...
Secondo Rudolf Schmidt, uno dei curatori, con Marica Milanesi, della mostra, nonché il più grande collezionista in materia, il globo più antico a noi noto è l’Erdapfel, la «mela terrestre» del cosmografo e viaggiatore Martin Beheim realizzato per conto del consiglio municipale di Norimberga. È del 1492, l’anno della scoperta dell’America, ma si basa ancora sulle erronee asserzioni tolemaiche relative alla circonferenza terrestre e all’estensione dell’Asia, e infatti non mostra il «nuovo continente». Eppure, se non ricordiamo male, ancora prima, a metà secolo circa, un monaco camaldolese, Fra Mauro, ha già realizzato il mappamondo che gli vale il nome di «cosmografo incomparabile». Cinquemila didascalie sparse sul planisfero, il colore ambrato della pergamena, l’azzurro delle acque, l’oro dei nomi più importanti, una fittissima trama di disegni di città e castelli, templi e oasi, dove il vero si fa astrazione e il falso diventa realtà...
Bisognerà comunque aspettare la pubblicazione del De Revolutionibus di Copernico, a metà Cinquecento, perché il sistema cosmologico tolemaico passato indenne dal politeismo al monoteismo vada in pezzi. Al centro dell’universo non vi è la Terra, bensì il Sole, e la Terra non è immobile, ma ruota nelle 24 ore attorno a un asse che ha i suoi estremi al polo nord e al polo sud.
La fine del XVI secolo è il periodo d’oro dei globi terrestri, iniziato dapprima in Olanda e poi in Germania, Italia, Francia e Inghilterra. Assieme alle sfere armillari (formate da cerchi metallici graduati che mostravano il movimento delle stelle attorno alla terra) vengono utilizzati come strumento di studio e di insegnamento: si comincia nelle università, poi nelle scuole superiori, infine in quelle primarie, di pari passo con la loro serializzazione. Per diletto e per piacere si creano sfere che hanno orologi incorporati, carillon giganti come ornamento delle Kunstkammern e delle Wunderkammern di principi e nobili.
A metà Seicento, il francese Baudrand dà il via a quella che un suo contemporaneo chiamerà «la guerra civile dei geografi». In appendice al dizionario geografico del Ferrari pubblica un capitolo dedicato «alle città, regioni e altre parti della Terra fittizie che non esistono e non sono mai esistite, benché spesso siano registrate in molte carte geografiche». Le scoperte mutano le conoscenze, ma nella loro trascrizione i globi terrestri continuano a perpetuare nel tempo ciò che il tempo stesso ha intanto modificato.
Il più importante globografo e cartografo dell’epoca è un italiano, meglio un veneziano, Vincenzo Coronelli, un frate francescano che dal suo convento di Venezia ne costruisce di splendidi, terrestri e celesti, per sovrani e principi. Poligrafo ed editore, inventore e professore, la sua fama è legata alla già ricordata coppia di giganteschi globi dipinti a mano per Luigi XIV... Il suo laboratorio (ossia la sua officina per le incisioni su rame) assumerà dimensioni tali e le scorte di fogli stampati (applicati sulle sfere solo nel luogo di destinazione) diverranno così imponenti che dopo la sua morte il convento si trovò in gravi difficoltà finanziarie e fu costretto a vendere le lastre di rame a peso.
Grazie a lui Venezia tornò a essere, ancora per un momento, quella capitale dell’informazione geografica che era stata fino a un secolo prima, e la Serenissima si illuse che la sua decadenza si potesse arrestare... La Sala dello Scudo del Palazzo Ducale racconta quell’antica predilezione e quell’ultima illusione, con le carte geografiche del Settecento di Francesco Grisellini in sostituzione di quelle cinquecentesche di Giacomo Gastaldi andate distrutte in un incendio...
Come una sfera, la Storia rimbalza capricciosa e restituisce oggi, attraverso una mostra, l’immagine di una perduta grandezza.