MARC AUGÉ Il lavoro a misura d’uomo

Un saggio dello studioso francese su «Il mestiere dell’antropologo». E sulla valenza anche letteraria di queste ricerche, confermata dalle opere di Leiris e Lévi-Strauss

L’antropologo non si dedica a esercizi spirituali intimi, ma pretende di produrre un sapere destinato a un pubblico. Un pubblico specializzato, ossia professionale, oppure un pubblico più vasto? È una delle poste in gioco nella questione della scrittura, questione che si pone sia all’antropologo sia al filosofo e allo storico.
La questione della scrittura non è né accessoria né periferica. Sta nel cuore stesso della disciplina antropologica. Prendendo la parola, l’antropologo sottopone ad altri la realtà che descrive; ne fa un oggetto antropologico da mettere in discussione e sottoporre a confronti. Viene quindi portato a sistematizzare dati che, nella vita corrente, si presentano in modo sparso e discontinuo, a sollecitare dai suoi interlocutori degli accostamenti che da soli non avrebbero elaborato, oppure a dedurli partendo da osservazioni sparse. Spesso le conclusioni che si trovano in certi testi antropologici hanno un’esistenza puramente virtuale. In una parola, all’antropologo capita di costruire una coerenza che per lui soggiace sicuramente ai fatti, ma che nondimeno mantiene il carattere di un’ipotesi induttiva; letteralmente, non c’è niente da tradurre. L’antropologo non traduce, traspone. E, a mio avviso, ha ragione di farlo. \
Più l’antropologo si impegna come autore, più «scrive» (voglio dire: più nella sua scrittura si percepisce l’eco di una voce, di un tono, di un impegno soggettivo), più si può essere sicuri che sfugga ai vizi della routine e agli stereotipi dell’etnocentrismo. Innanzitutto perché esplicita le condizioni del suo lavoro di osservazione, di raccolta dei dati e di interpretazione, ivi compreso il suo ricorso a uno o più informatori privilegiati. È senza dubbio questo l’aspetto che più avvicina l’antropologia alla letteratura, in quanto essa si apparenta alla storia di un incontro che, sia nella narrazione sia sul terreno, è il necessario preliminare alla raccolta di informazioni. La letteratura antropologica è piena di questi aneddoti rivelatori che riferiscono una presa di contatto e talvolta aprono la via all’interpretazione, descrivendo un’esegesi che ne sarà il punto di partenza. \
Se, soprattutto in Francia, molti grandi antropologi hanno ceduto a quella che talvolta viene definita, quasi per farne loro un rimprovero, la tentazione della scrittura, è senza dubbio perché il grado supplementare d’esteriorità e di libertà che così si concedevano nel loro stile permetteva loro di riferire la loro esperienza, di circoscrivere la parte d’ombra e di incertezza che nessuna inchiesta riesce mai a dissipare completamente; ma anche, in senso inverso, di oltrepassarne i limiti ristretti per allargare il campo di riflessione. È questo che si intende per essere fuori e dentro, distanziati e partecipi. L’esperienza antropologica non è uno spazio chiuso. Scriverla e descriverla significa prendere qualcuno a testimone. L’Afrique fantôme, Tristi Tropici, Afrique ambiguë o Nous avons mangé la forêt (opere rispettivamente di M. Leiris, C. Lévi-Strauss, G. Balandier e G. Condominas, ndr) sono libri che appartengono sia a coloro che li leggono o li commentano, sia a coloro di cui parlano. Giuridicamente appartengono a tutti.
In una nota alla fine de La littérature de l’estomac, Julien Gracq ricorda che è l’impegno irrevocabile del pensiero nella forma a infondere fiato alla letteratura e che nel campo delle idee questo impegno si chiama il tono. Conclude: «... quindi se Nietzsche appartiene sicuramente alla letteratura, altrettanto sicuramente Kant non le appartiene». L’ultimo numero dell’eccellente rivista Rue Descartes ha ripreso la questione intitolandola «La scrittura dei filosofi». Vi si trova, tra l’altro, un’appassionante intervista tra Bruno Clément e Michel Deguy che solleva interrogativi analoghi a quelli che abbiamo appena incontrato a proposito dell’antropologia (Esiste una soggettività del discorso filosofico? Esiste una specificità della scrittura filosofica? La verità non basta a se stessa indipendentemente dalla forma in cui si manifesta?) e che termina con un suggerimento in forma di definizione: «Tale è forse la scrittura dei filosofi: una soggettività passata nella lingua ma che questo passaggio attraverso la lingua emancipa, per così dire, da se stessa...».
Questa forma di astrazione da sé, o di sublimazione, che il filosofo opererebbe attraverso la scrittura e che tende evidentemente ad avvicinare la sua opera a quella dell’artista, non manca di evocare la capacità di oggettivizzarsi indefinitamente che Lévi-Strauss attribuisce all’antropologo; capacità che, nella misura in cui cerca di esprimersi e produce scrittura, si apparenta essa stessa in qualche misura a un’arte letteraria.
Michel Leiris in Le ruban au cou d’Olympia, dove si interroga sulla nozione di contemporaneità, osserva che sono gli scrittori e gli artisti più impegnati nel loro tempo ad avere una chance di sopravvivergli; in fin dei conti sono i più pertinenti alla loro epoca che hanno la possibilità di restare presenti.
La presenza, in qualsiasi campo della letteratura, è la voce che si sente sempre, il tono di cui parla Gracq, la musica che si riconosce, l’autore - Braudel, Barthes, Derrida o Bourdieu... in breve, la relazione tra una scrittura e dei lettori. Quanto alla pertinenza, in materia di scienze sociali essa è duplice: pertinenza tecnica in rapporto all’oggetto di studio e pertinenza storica in rapporto sia al contesto globale sia alla storia della disciplina. Se Leiris ha ragione e se si possono applicare alla letteratura antropologica gli stessi criteri della letteratura in generale, se ne deduce che l’antropologia con maggiore avvenire e che resterà presente è la più pertinente, la più impegnata nella sua epoca ma, nello stesso tempo, anche la più personale e la più desiderosa di scrivere.
Non mi resta, per concludere questa esposizione, che ritornare brevemente alle questioni da cui siamo partiti. Sì, i nostri oggetti sono storici, ma non si cancellano: si trasformano. Sì, i nostri oggetti sono culturali, ma non sono inconfrontabili se in ogni cultura si impara il senso sociale che essa sistematizza. Sì, ci sono degli etnologi scrittori (non troppi, comunque, niente paura), ma, in ogni caso, la scrittura dell’antropologo, letteraria o meno, non ha come vocazione primaria la pretesa di esprimere la cosiddetta ineffabilità di ogni cultura: riferisce un’esperienza dove l’individuo ha la sua parte e la apre al confronto. Forzando leggermente i termini, direi che l’antropologia è in primo luogo un’analisi critica degli etnocentrismi culturali locali o, per dirla altrimenti, che il principale oggetto focale è la tensione tra senso e libertà (senso sociale e libertà individuale) da cui procedono tutti i modelli di organizzazione sociale, dai più elementari ai più complessi. Come dire che ha ancora molto lavoro davanti a sé.